23 dicembre 2016

L’anima è in ciò che anima. La cappella basiliana di Scalea

Ci sono luoghi dell’anima che non si chiamano ricordi né musei, non hanno lunghe file all’ingresso né tappeti rossi, non hanno collezioni né una guida esperta che vi ospita, non hanno luci suggestive e neppure il pavimento, qualche volta non hanno neanche il tetto, nonostante ciò, sono il nostro tesoro. Eloquenti segni di civiltà.

Il centro storico di Scalea, in provincia di Cosenza, è arroccato in un dedalo di case e strade che si raccolgono tutt’attorno alla parrocchia della chiesa di Santa Maria d’Episcopio. Poco distante s’inerpica una piccola, diruta cappella basiliana, all’interno sono ancora visibili gli affreschi bizantini. Sconosciuta al grande pubblico di vacanzieri estivi, è quasi sempre chiusa, occultata sotto la coltre del pregiudizio di chi crede che il passato sia l’opposto del futuro, quando invece non è altro che la sua premessa.

La piccola comunità che abita quel borgo è in prevalenza composta da anziani. A guardarli bene sembra che le rughe dei loro volti continuino nelle crepe sulle mura delle case, e come le linee di una mano raccontano la storia di quel paese. La voce dei residenti è l’eco di parole remote pronunciate nei secoli per amore di un territorio che muta con le loro preoccupazioni, con i sogni, con le risate dei cittadini, specchio del loro peculiare modo di vivere. La piccola cappella basiliana ha trovato nella signora Grisolia una vestale integerrima. L’anziana donna, benché non sia esperta d’arte, parla il linguaggio della vita e difende lo spirito comune che ancora alberga quei luoghi. Nonostante la veneranda età, assiste quelle pietre con il coraggio dell’innamorato, infedele al tempo, infatti, da quando è morto il marito, lei ha le chiavi della porta d’ingresso e, su richiesta, si prodiga orgogliosamente di svelare ai visitatori.

All’interno, ancora resistono parti di affreschi bizantini. Sulla parete centrale è raffigurata l’immagine di San Nicola con la mano destra nell’atto di benedire mentre con la sinistra regge il libro della legge. Ai due lati dell’immagine vi sono altre due figure di santi. Sulle pareti laterali riaffiorano molteplici pitture murali in pessime condizioni, a confondere il tutto è l’amalgama di colori dovuto al rinvenimento di altri affreschi sui diversi strati della parete. Ad aggravare la situazione è stata anche la destinazione del luogo, per anni utilizzato come frantoio. È, infatti, ancora presente una macina al centro della stanza.

La chiesetta non è di sua proprietà: su di essa, la signora Grisolia non esercita alcun dominio, semplicemente la custodisce. Non lo fa per lavoro, non ne trae, infatti, alcun vantaggio materiale. Il suo officio è una sorta di negotiorum gestio, ovvero gestione degli affari altrui – affari di cui dovrebbe occuparsi lo Stato. Certo è che, senza di lei, quello spazio tornerebbe a essere occupato abusivamente, diverrebbe un magazzino, come per anni è stato, fin quando venne giù il tetto e le pareti affrescate rimasero rovinosamente alle intemperie. Adesso, dopo la battaglia per ottenere la ricostruzione del soffitto, la speranza della donna è di vedere quello spazio restituito degnamente al popolo, tant’è che, con la forza e la dignità di chi spinge l’anima dove non arriva la conoscenza tecnica, difende quell’autentico tesoro, unico e irripetibile, perché come lei stessa ci dice, “è importante”, e sebbene non riesca a dare altra spiegazione, noi sappiamo che la parola “importante” si compone di “portare dentro qualcosa”, come un surrogato d’anima.  

Nella parte bassa della città - sulla marina - vi sono le case di nuova costruzione, del boom economico, i lidi, i bar e i negozi à la page che intrattengono i vacanzieri durante il periodo estivo. Sono pochissimi i turisti che si spingono fino alle alture del centro storico, che si entusiasmano camminando tra quelle case diroccate, che guardano negli occhi i residenti per scorgere la loro capacità di essere felici. Questa trascurata condizione del luogo sa di morte. Ricorda tanto le parole che Marguerite Yourcenar fa dire all’imperatore Adriano, quando, sentendosi ormai vicino alla fine, racconta della sua vita come un palazzo troppo vasto, che il proprietario decaduto rinuncia a occupare per intero. Ecco, se vogliamo scongiurare la morte dobbiamo riprendere a vivere i luoghi che ci animano.

 


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