30 aprile 2021

L’arte di non essere governati

In un documento del XII secolo proveniente dall’isola di Hainan (海南), nel Mar Cinese Meridionale, si trova una curiosa classificazione antropologica delle orde di barbari che, apparentemente, infestavano la frontiera meridionale del celeste impero, specialmente al confine tra l’attuale provincia dello Yunnan (雲南) e i moderni Stati di Vietnam, Laos e Birmania. Stando a questa tassonomia, che verrà ripresa secoli dopo dal celebre generale, statista e intellettuale Wang Shouren (王守仁, 1472-1529, più noto come Wang Yangming 王阳明), le popolazioni alle estreme propaggini meridionali del potere cinese avrebbero dovuto essere collocate lungo uno spettro ai cui due estremi figurano rispettivamente i barbari «crudi» (shēng 生) e quelli «cotti» (shú 熟).

L’esegesi di questa singolare etnografia culinaria rappresenta un nodo cruciale all’interno dell’argomentazione di L’arte di non essere governati, uno dei saggi più celebri ed intellettualmente stimolanti dell’antropologo (professore di Agrarian Studies alla prestigiosa Yale University) James C. Scott. Semplificando all’osso, shú sarebbero, nella visione del mondo dei burocrati imperiali, le popolazioni che, in un modo o nell’altro, avrebbero accettato di scendere a patti con il proprio potente vicino (dunque divenendone, secondo l’ideologia cinese, ipso facto sudditi e in quanto tali soggetti a prelievo fiscale, il vero nodo dirimente della questione). Shēng, al contrario, erano quanti ancora pervicacemente si ostinavano – loro malgrado, ovviamente – a sottrarsi all’influenza (politica come culturale) del figlio del cielo (sobria autodefinizione dell’imperatore) e, aspetto forse assai più importante, del mastodontico apparato burocratico che regolava la vita della «Terra di mezzo» (Zhōngguó 中國: questo l’endonimo – in sé parlante – che identifica la Cina).

Il volume di Scott è una storia anarchica perché si concentra sui territori «al confine» (quando non proprio «al di là») delle mappe mentali – esse stesse un’elaborazione culturale della (im)potenza di un dato potere politico – delle civiltà agrarie del Sud-Est asiatico.

Adottando un’impostazione radicalmente geografica, che fa cioè dello spazio non un fondale inerte delle vicende storiche ma un attore economico, sociale e culturale in quanto tale, riconoscendone e anzi valorizzandone la diversità, l’autore concepisce infatti quelli che siamo usi a definire Stati o imperi come «zone di governo e appropriazione» (cap. 2). A queste ultime viene contrapposto (benché in una maniera niente affatto dicotomica, e che anzi concepisce la relazione dialettica tra queste due entità – che potremmo definire socioscapes – come un elemento decisivo della storia di questa porzione del pianeta) il mondo di Zomia, ovvero un universo fatto di paludi, foreste e colline la cui topografia ha rappresentato una sfida costante ai tentativi di conquista (mediante razionalizzazione, un procedimento che Scott definisce nei termini di produzione di «leggibilità») da parte di un potere politico il quale, fin dai tempi più remoti, ha fatto dell’estrazione tributaria e dello sfruttamento di forza lavoro coatta (istruttivo a questo proposito è specialmente il capitolo 4) la pietra d’angolo di quel complesso edificio che – «naturalizzato» nel corso dei secoli attraverso una sapiente opera di storytelling – si è soliti definire civiltà (urbana): cfr. il capitolo 4, significativamente dedicato alla «civilizzazione degli ingovernabili».

Stabilite le premesse indispensabili per l’avvio – e il mantenimento nel tempo – del progetto «statuale», Scott offre una minuziosa e narrativamente accattivante panoramica delle strategie adottate da quelle che egli definisce popolazioni non (o anti) statuali nel tentativo di sottrarsi quanto più possibile – nella memorabile formula di Ariosto – a quell’«onor grande, ma non troppo conforme al disio» costituito dall’integrazione all’interno dei circuiti imperiali, fossero quelli cinesi o facenti capo alla pletora di reucci tanto ambiziosi quanto politicamente insignificanti dei quali brulicava, fino ad epoca piuttosto recente, una regione del globo la cui importanza cruciale nel contesto più vasto della storia mondiale data assai più indietro dell’avvento degli europei.

L’antropologo, il geografo e l’agronomo si fondono in particolare nel capitolo 6 (pp. 178-219), dal quale apprendiamo, per esempio, per quale motivo tra i nemici di ogni impero vadano annoverati non solo (veri o presunti) profeti, contadini rivoltosi o vicini dalle mire espansionistiche, ma anche, quando non soprattutto, tuberi o carrube. La «cultura e l’agricoltura della fuga», infatti, permettono a quanti, nelle parole di Lori Khatchadourian, desiderino «allontanarsi senza fuggire» dalle ambizioni egemoniche dello Stato, di modellare il paesaggio circostante secondo parametri difficili, quando non impossibili, da maneggiare per quello «sguardo» le cui logiche lo stesso Scott ha indagato alcuni anni fa in un altro saggio che ha fatto epoca e che di recente (2019) ci si è decisi a tradurre in italiano.

A partire da questa prospettiva si comprende assai meglio tanto il senso di una frase come quella di

Prov., 14.28, dove si legge che «l’onore del sovrano risiede nell’abbondanza [in senso numerico] della sua popolazione, ma nella penuria di essa si nasconde la rovina del principe», quanto le implicazioni della mordace risposta fornita nel 1680 dal re di Golconda, nei pressi dell’odierna Hyderabad, nello Stato federato del Telangana, ad un visitatore thai che gli faceva notare – non senza intenti denigratori - la maggiore estensione del proprio regno rispetto a quello indiano (cfr. pp. 64 ff.). «È vero – rispose l’ospite al proprio interlocutore – lo ammetto, che [il sovrano thai] possiede un regno assai più vasto del mio, ma Lei deve a sua volta ammettere che il re di Golconda [cioè il parlante] governa su uomini, mentre il sovrano del Siam governa su foreste e zanzare».

 Contrariamente a quanto le convenzioni cartografiche (che tendiamo a confondere con la realtà fin dai primissimi cicli di istruzione) lasciano intendere, il metro di ogni potere politico è dato dalla capacità dei suoi detentori – o di quanti si proclamano tali – di controllare il paesaggio attraverso gli individui che in esso vivono, e dalle cui competenze ecologiche (da Scott definite, con un suggestivo afflato omerico, mētiche) dipende, tra l’altro, il gettito fiscale, la vera conditio sine qua non (assai più, tanto per fare un esempio, della benedizione divina) di ogni impero, dai Sumeri a Trump.

Ciò che emerge dalla mappa mundi di Hainan, in ultima analisi, è un esempio lampante di costruzione identitaria (cap. 7): senza una mappatura, in primo luogo ideologica, del proprio «altro-da-sé», lo «Stato» non può essere pensato, e dunque, in una certa misura, non può nemmeno esistere, e il capitolo 8 («Profeti di rinnovamento») è lì a mostrare come, nella sua apparente solidità granitica, la visione del mondo prodotta (e successivamente reificata) ad uso e consumo degli «spazi di appropriazione» fosse costantemente a rischio di essere sovvertita da quanti si dimostrassero arditi abbastanza (o sufficientemente disperati) da mostrarne la natura «umana, ahi troppo umana».

Detto altrimenti, L’arte di non essere governati offre una salutare opportunità per guardare al mondo nel quale viviamo (ricostruendo al contempo la genesi di alcune delle sue strutture – e, foucoultianamente parlando, dei suoi discorsi – fondanti) da una prospettiva radicalmente straniante: come aveva già osservato Tolstoj nel suo geniale Cholstomer (1886), essa costituisce del resto, e non di rado, l’angolo visuale migliore per comprendere davvero tanto gli altri quanto se stessi.

 

C.J. Scott, L’arte di non essere governati. Una storia anarchica degli altopiani del Sud-est asiatico. Torino, Einaudi, 2020, pp. 504

 

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