17 ottobre 2018

L’editoria italiana si internazionalizza

Con molta lentezza ma anche con costanza, l’editoria italiana sta uscendo dalla crisi. Il mercato del libro è infatti cresciuto dello 0,2% nel 2015, dell’1,2% nel 2016 e del 2,8% nel 2017 (ma, se si include anche Amazon, del 4,5% nell’ultima annualità).

Gli italiani, come è stato ripetuto infinite volte, non sono un popolo di lettori: anche tra i laureati il 32,3% non legge alcun libro nel tempo libero e tra i ceti dirigenti e professionali non lo fa il 38,1%. Questi sono i dati del Rapporto sullo stato dell’editoria 2018 dell’AIE (Associazione Italiana Editori), che suggerisce che dietro a tali numeri vi siano «cambiamenti nell’uso del tempo […], contrazioni del reddito, smarrimento e sfiducia rispetto a quelli che tradizionalmente erano ritenuti gli ascensori sociali: in primo luogo l’occupazione, ma anche l’istruzione, il titolo di studio, le abitudini di lettura, i consumi culturali, il possesso di una biblioteca domestica». La lettura sembra venga ritenuta una perdita di tempo, e neppure un’attività considerata interessante o almeno capace di ‘rendere interessanti’. E da ciò, i dati piuttosto preoccupanti sulle capacità di comprensione di testi scritti, i più negativi d’Europa.

Da dove proviene allora questa crescita del mercato librario?

Soprattutto dalle capacità degli editori italiani di vendere diritti all’estero, un settore che è cresciuto dal 2001 con una media annua del 18,9%. Si tratta di un fatto rilevante anche in considerazione del problema della lingua: un autore di lingua inglese o spagnola avrebbe un bacino potenziale di lettori incomparabilmente più vasto di un autore italiano anche se gli italiani leggessero molto di più. In una indagine di Repubblica del 2016, questa internazionalizzazione è attribuita a un’acquisita professionalità da parte degli editori italiani, che curano con più attenzione il rapporto con l’estero e le strategie di marketing; anche però alla capacità degli scrittori italiani di assecondare i gusti del pubblico straniero, mediante forse un’assimilazione dei generi e un’ibridazione dei linguaggi. Il gusto degli stranieri, inoltre, varia da Paese a Paese.

Secondo il Rapporto sull’import/export dell’editoria italiana 2017, sempre a cura dell’AIE, le vendite per oltre la metà sono in Europa (63,2%), di cui la maggioranza in Gran Bretagna, Francia e Spagna. Cresce però anche l’export verso l’Asia, in particolare la Cina, dove per esempio ha riscosso un successo straordinario la saga di Geronimo Stilton, che ha venduto 10 milioni di copie (nonostante la difficoltà di tradurre gli innumerevoli tipi di formaggio) ed è poi diventata anche una fortunatissima serie TV, e verso gli Stati Uniti, che costituiscono l’8,4% dei diritti venduti all’estero, con una crescita del 45,8% rispetto al 2015. Quest’ultimo è un mercato tradizionalmente assai chiuso, scarsamente curioso delle letterature altre e che traduce molto poco (benché non esistano dati certi, i libri tradotti sono stimati a circa il 3% del totale). Per questo motivo alcuni editori hanno tentato nuovi percorsi: è il caso per esempio di E/O, che nel 2005 ha deciso di aprire una filiale, Europa Editions, direttamente a New York, attraverso la quale è riuscita così a far conoscere i libri di Elena Ferrante, che hanno ottenuto un successo enorme.

Per quanto riguarda i generi, infine, l’Italia vende all’estero soprattutto letteratura per l’infanzia (46,9%) e narrativa (24,4%), mentre la saggistica da alcuni anni è in maggiore difficoltà.

 

Crediti: l’immagine è un fotogramma tratto dal film Una giornata particolare (1977), da Phyrexian [pubblico dominio], attraverso wikipedia.org.

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