24 novembre 2021

La cementificazione urbana degli Urbansolid

Intervista agli Urbansolid

«Il virtuale ha ormai invaso lo spazio, che è sempre stato prerogativa del reale. Siamo immersi in una rete di interazioni che non padroneggiamo mai fino in fondo, e che tuttavia producono in noi una serie di impatti non sempre benefici». Se ci si ferma a chiedere agli Urbansolid degli “Urban Brain” – ovvero la riproduzione del cervello umano collegato al simbolo del wi-fi, realizzati in gesso o bronzo – aggrappati ai muri delle città la risposta è esplicita: «Sono una prova della comunicazione moderna dell’uomo, sempre iper-connesso al mondo tecnologico». Formatisi a Milano dall’incontro scolastico fra Gabriele e Riccardo, gli Urbansolid esordiscono a gamba tesa nel 2010 al Salone del Mobile installando – sul ponte tra Porta Genova e via Tortona – una serie di mezze teste col naso turato che fuoriuscivano da un secchio metallico. Unici autori di street art di scultura in Europa, Gabriele e Riccardo – lavorando soprattutto con gesso e cemento, attraverso la logica del multiplo ripetuto in infinite varianti – nel corso dell’ultimo decennio hanno messo a segno una serie di colpi alternati a collettive e personali. La loro missione? È quella di rispondere alle ossessioni contemporanee – rappresentate dal denaro, dalla tecnologia e dai social media – con la capacità tipica dell’arte di porre l’accento sul legame creato da queste dipendenze:

«È vero, i social network ci permettono di divulgare la nostra arte e i concetti che esprimiamo con le sculture che installiamo anche nelle strade di tutto il mondo. Siamo però ben consapevoli dei rischi di una presenza ingombrante della tecnologia nelle nostre vite, e di quanto questa possa trasformarsi in una vera e propria schiavitù». 

Urbansolid, Immersioni (crediti: Andrea Romano)

E pure i social continuano a rappresentare lo strumento più importante di diffusione della conoscenza della street art…

Sì, non è un caso che l’arte urbana abbia trovato il massimo splendore proprio nel momento in cui la divulgazione delle immagini social ha preso il sopravvento. La condivisione di ogni singolo post ne ha potenziato il fascino, mettendo in piedi un movimento di copertura mondiale ormai fuori controllo. Non vi è in noi ricordo di correnti artistiche presenti nello stesso momento storico in più nazioni. Quando in Italia splendeva il Rinascimento, per esempio, in Cina c’era tutt’altro. Oggi, invece, ogni continente ha i suoi artisti urbani in attività.

 

Tutto questo clamore non ha creato uno spericolato abuso del temine “street art”?

Sicuramente. E forse ne siamo anche noi la prova, proprio perché siamo andati a fare qualcosa di diverso. 

 

Riscrivere le regole e imporre le proprie, però, equivale a cambiare registro per innovare e dire altro

Be’ sì. Oggi è obsoleto parlare ancora del graffito, degli anni Ottanta, della vecchia scuola newyorkese. Certo, ognuno difende il proprio giardino, ma arrivati a un certo punto il cambio del registro è inevitabile. 

 

Stiamo vivendo uno dei periodi più interessanti di sempre, in cui si stanno elaborando dei cambiamenti incredibili. Per gli Urbansolid il cambiamento è sempre stato un dovere

Ci è sempre interessato sperimentare, uscire allo scoperto. Volevamo dire la nostra in maniera diversa, contribuendo proprio a un’evoluzione dell’arte urbana. Non a caso, abbiamo iniziato spargendo delle teste in giro per strada, proprio per comunicare il nostro pensiero: un’esigenza comunicativa a sfondo sociale. E attraverso quell’installazione abbiamo capito che si poteva fare arte urbana in maniera insolita, in maniera solida, in maniera tridimensionale, installando sculture sui muri.  

 

A questo punto la curiosità del cronista prende il sopravvento: che fine hanno fatto le teste? 

Sono sparite in men che non si dica, ovviamente.

 

Quella di abbandonare solidi in strada è stata una mossa tesa a irrobustire il concetto della totale fruibilità dell’arte urbana? 

No, in realtà volevamo che rimanessero lì. Ma è andata diversamente. 

Le nostre opere, però, nonostante siano ormai fissate ai muri, subiscono ancora il tentativo di furto. Recentemente, abbiamo visto un video su TikTok in cui dei ragazzi tentavano di staccare un “Urban Brain”. Ovviamente non ci sono riusciti, perché le opere si sbeccano facilmente. 

Urbansolid, Urban Brain (crediti: Andrea Romano)

Succede ai migliori. A Nottingham, un’opera di Banksy è stata sventrata dal muro su cui era stata realizzata per essere venduta a una galleria d’arte dell’Essex

Sì, potrebbe essere anche una consolazione. Ma in realtà le nostre opere sono dei doni che facciamo alla comunità. Tentare di appropriarsene, mandandole in frantumi, equivale a sottrarre qualcosa al quartiere che le ospita. 

 

È amore a prima vista fra le installazioni Urbansolid e il pubblico. Il merito è di una serie di elementi che favoriscono la presa: non soltanto la forma ma anche la sostanza. I messaggi che veicolano, per esempio... 

La nostra non è una metodica imposta. Sostanzialmente, da buoni artisti, vogliamo essere lo specchio del tempo che viviamo. Installiamo delle opere in strada, nello spazio comune, affinché vengano comprese per generare riflessione e stimolare una reazione ironica. Ci siamo sempre fatti ispirare dall’attualità, che è ormai una metodologia di lavoro piuttosto automatica per noi. Fare un’arte soltanto per esigenza estetica non è proprio nelle nostre corde.

 

L’opera Assembramento – arrivata in un momento particolare della nostra storia recente – lo dimostra… 

Avevamo in cantina da dieci anni dei calchi facciali di persone che si sono prestate a farsi riprodurre. Davanti alla negazione di una pratica sociale tipica dell’essere umano, in modo quasi ironico, abbiamo creato un’azione illegale: l’assembramento. Un’opera immediata, di facile lettura, su un gesto naturale divenuto a un certo punto deprecabile.

Urbansolid, Lingotti (crediti: Walls of Milan)

A fare eco, va detto, anche la piramide di lingotti d’oro installata davanti al Palazzo della Borsa, a Milano

Quella è stata una delle nostre primissime installazioni-performance. Era il 2012. All’indomani di un’importante caduta della Borsa, a Milano, abbiamo installato in Piazza Affari una piramide composta da lingotti in gesso colorati d’oro da distribuire a coloro che stavano perdendo i soldi. Lo abbiamo fatto per simboleggiare l’atto di generosità assoluta della donazione gratuita di un valore, contro la fatiscenza dei soldi e le altalene della Borsa. Abbiamo voluto prendere in giro le dinamiche prettamente economiche che dominano la società contemporanea, in cui la vincita o la perdita economica compromettono gli umori causando malessere. 

 

Cos’è per gli Urbansolid l’impegno civile? 

È la libertà di poter dire la propria. Siamo entrambi genitori, e per forza di cose cerchiamo di essere più attenti a quello che il futuro potrebbe riservarci. Il nostro impegno civile, ovviamente, è l’arte. 

 

Quale sarà il futuro della street art? 

In quanto effimera, la street art si presterà ancora benissimo ai cambiamenti. L’inevitabile ricambio generazionale la farà evolvere al meglio, ne siamo convinti. Si sta iniziando a parlare di graffiti in realtà aumentata, e questo è molto stimolante. 

 

Voi avete rappresentato l’alternativa alle chilometriche tappezzerie di graffiti, che spesso pesano come un pugno nell’occhio di chi osserva. Praticamente, senza troppi vorticosi giri di parole, siete nel futuro già da dieci anni.  

Gli anni ci hanno dato ragione. Il graffitismo a cui fai riferimento ai molti “non addetti ai lavori” sembra spesso un pasticcio. Non possiamo mentire: è bello pensare che nell’ultimo decennio Milano è stata occupata anche da sculture solide che fuoriuscivano dai muri. 

 

Possiamo considerare la vostra missione artistica una cementificazione armonica, non selvaggia. Lontana anni luce dal mastodontico brutalismo che caratterizza le jungle metropolitane? 

Ci piace… Anche perché, in fondo, usiamo gli stessi materiali edili – gesso e cemento, in prevalenza – ma è come mettere un cuoricino sulle i al posto del puntino. La nostra cementificazione è un accento artistico più dolce. Cerchiamo sempre di mettere del bello – con il buon gusto e la semplicità – inserendo anche i contenuti, che in questo periodo, specie fra i giovani, latitano. È tutto molto veloce, ormai: si legge soltanto il titolo e non l’articolo, le canzoni non si ascoltano per intero ma a metà. Il nostro messaggio, perciò, è una contrapposizione alla frenesia; un invito all’approfondimento da mettere in pratica per poter apprezzare il bello che le città offrono. 

 

Immagine di copertina: Urbansolid, Assembramento. Crediti: Andrea Romano

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