03 novembre 2016

La chiesa di San Benedetto a Norcia non c’è più

Per un triste e beffardo contrappasso, la basilica di San Benedetto, costruita a Norcia proprio nel luogo in cui nacquero il santo e sua sorella Scolastica, non ha resistito ai colpi del sisma crollando al suolo. Sebbene la leggenda narri che Benedetto morì restando in piedi, tanto che il trapasso parve, agli occhi dei suoi discepoli, come un’ascesa al cielo.

Non è mia intenzione parlare della vita dei santi, di religione, parabole, misteri o quantomeno fare proselitismo, preferisco evocare, con la nitidezza del ricordo, e fare con lo sguardo il periplo degli edifici che hanno perso la forma, per tracciare i punti di contatto e poi addentrarmi fino al cuore delle cose, all’anima di chi preferì la forma al nulla, affinché si comprendano le ragioni della ricostruzione.

Nell’opera “de pictura”, quando Leon Battista Alberti descrive la cupola della Basilica di Santa Maria del Fiore in Firenze dice: “Structura… ampla da coprire chon sua ombra tutti e popoli toscani”, non esiste metafora migliore per raccontare il rapporto, quasi dialettico, che si è instaurato tra il capolavoro del Brunelleschi e il popolo toscano. Un popolo covato dall’ombra della cupola. Ove la forma dei luoghi è la formazione dei cittadini. C’é un unico sembiante tra il paesaggio e il volto degli uomini che lo abitano.

“A chi sei figlio? Da dove vieni?” per anni unici documenti che hanno descritto dove stavamo andando: identità sinonimo di verità.

Città, paesaggi e popolo sono un corpo composito, la summa di parole, memorie e desideri, di gesti, vite e ricordi che prendono e danno forma alle case, alle chiese, ai luoghi. La città, negli anni, viene plasmata dalle mani dei contadini, dalle urla dei bambini, dall’eco dei pensieri, dai versi dei poeti, spesso esaltata dai pittori, ricordata dai musicisti e protetta nel rosario degli anziani.

Tutti gli edifici, per questo motivo, sono importanti. La vita di ogni uomo - capolavoro inestimabile - vale più di una chiesa, ma l’esistenza di ognuno di noi perde forma senza un patrimonio storico in cui specchiarsi e imparare a conoscersi.

La storia è la mano che da piccoli ci aprì la strada, ci teneva dritti e in piedi per insegnarci a camminare, senza di lei diventiamo sordi e cechi, curvi sotto il peso del nulla.

La cultura è la casa degli italiani, perdere la casa è perdere l’idea di chi si è, l’idea di come si è fatti, l’idea del perché viviamo la nostra breve vita.

Con l’espressione “Tabula rasa” si indicava la cancellazione della scrittura sulle tavolette cerate, che per una città può essere non riconoscerne i luoghi e la storia. “Ovunque vai porti te stesso” questa massima sta ad indicare che per iniziare a viaggiare bisogna sapere da dove si parte. Noi, invece, ci ammaliamo di dromomania, perché fuggiamo, crediamo che andare lontano sia abbastanza per non pensare, ma tutti abbiamo bisogno di Itaca, la città amica che ci ricorda chi siamo e dove stiamo andando. Abbiamo quindi bisogno di conoscere il nostro patrimonio storico e culturale, che è lo scudo che ci protegge e ci educa ad essere persone migliori, una crepa nello scudo ci scoraggia, ci rende fragili e spaesati, più vulnerabili.

E allora mettiamoci in cammino, raggiungiamo pure l’orizzonte visibile delle nostre città, rincorriamo la chimera, riposiamoci nella piazza, impariamo a conoscere e a percepire l’anima dei luoghi, i nomi delle strade, delle pietre e dei santi patroni, che sono i nomi dei nostri figli. Impariamo la direzione del vento, il profumo delle stagioni, la razza dei fiori e lo stile delle costruzioni, tutto crolla e scompare nel silenzio. Noi siamo testimoni del mondo.

 


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