4 febbraio 2021

La città dei vivi, di Nicola Lagioia

«Giuseppe Varani era un uomo nel pieno del suo dolore, e questa, pensai guardandolo, era un’immagine sacra. Inoltre, pur col romanaccio a fior di labbra, i gesti plateali e le espressioni accese, mi sembrò che il papà di Luca si appellasse a un principio su cui io stesso – con meno forza di lui – mi ero trovato di recente a interrogarmi. La responsabilità individuale, il libero arbitrio: in cosa ci saremmo trasformati, o dileguati, se ci fossimo liberati di questi due fondamentali pesi?».

(Nicola Lagioia, La città dei vivi)

 

Nicola Lagioia ne La città dei vivi (Einaudi) fa i conti con una parte del suo passato («Ciò a cui siamo scampati è molto spesso ciò che non abbiamo avuto il tempo di capire, e quando dopo anni quella cosa si ripresenta in una veste nuova è di solito per farsi interrogare come non eravamo riusciti a fare allora»), raccontando una delle storie di cronaca nera più terribili del nostro recente passato: l’omicidio di Luca Varani.

Luca Varani («In quella ingenuità si indovinava inoltre una dolcezza che l’apparente spavalderia rendeva più acuta e struggente») viene ucciso da due ragazzi poco più grandi di lui che poco si conoscono e quasi non lo conoscono («Manuel disse che il ragazzo assassinato si era presentato a casa sua la mattina di venerdì. Lui non lo aveva mai visto prima. Con Marco Prato si frequentava invece da pochi mesi»). Non c’è una ragione, non c’è movente: Varani si ritrova vittima di una atrocità e una sofferenza estrema («Quelli che ebbero la fortuna di entrare nell’appartamento prima che ci mettessero i sigilli – o la sfortuna di farlo, poiché alcuni furono perseguitati dalla scena per settimane – raccontarono che il senso di malessere, lì dentro, era tangibile, che il male non era un concetto astratto, ma una presenza palpabile»).

 

Famiglie

La città dei vivi è una storia di padri («Avrebbe potuto svoltare. Non è andato a buon fine. Quando i padri parlano dei figli maschi in questo modo non è mai chiaro se il loro intento sia elogiarli, o denigrarli, o sottoporli a quell’impunibile esercizio di umiliazione che è l’elogio oltremisura») e figli («Sapeva ciò che gli altri non potevano neanche immaginare. Abituato a subire le decisioni altrui, era lui che adesso poteva decidere. Poche parole. Avrebbe solo dovuto pronunciarle per ribaltare la vita di tutti loro»); di famiglie e case («Era, quella, la casa in cui Luca Varani viveva insieme ai genitori. Suo padre Giuseppe faceva il venditore ambulante di dolciumi e frutta secca»); di madri e figli («Da quel momento l’amore di mia madre è venuto a mancare, e per me è stata una continua ricerca di amori che riempissero quel vuoto»).

 

Città

La città dei vivi non è solo il racconto di una tragedia: è lo specchio del mondo in cui viviamo (perché noi viviamo anche in questo mondo), è il rovescio della medaglia di molte esistenze. E poi è, ovviamente, Roma: esagerata bellezza e sfacelo («Col naso per aria ad ammirare un angelo, si erano ritrovati faccia a terra. Inciampati in una busta di immondizia, nel palo divelto di un segnale stradale. In alto il marmo candido, per strada i topi. E i gabbiani mangiavano i topi»); autorità derisa («La battuta riscuoteva tanto successo perché a Roma, in quel periodo, un sindaco non c’era. Il comune era commissariato. Un’indagine giudiziaria denominata Mondo di Mezzo aveva messo a soqquadro la città»).

Città che da sempre si veste di cliché e mistero («In questa città può succedere di tutto»); teatro di alti e bassi che si mescolano («Nelle notti del 40 dopo Cristo Messalina, la moglie diciassettenne dell’imperatore Claudio, si sbarazzava degli abiti regali e andava a prostituirsi nei bassi fondi della città»); luogo di potere e grazia («In città potere e meraviglia erano equamente distribuiti sulle due rive del Tevere. Sul lato destro i Fori Imperiali, il Quirinale, il governo nazionale. Sull’altro lato i tribunali, la Rai, la Cappella Sistina»). Città senza fine («L’immensa rete cittadina, esplosa oltre il raccordo, era un buco nero capace di stravolgere ogni cosa»), unica («Gli abitanti di Roma la consapevolezza delle cose ultime ce l’hanno nel sangue, ed è talmente assimilata da non generare più nessun ragionamento. Per chi abita qui la fine del mondo c’è già stata»), ma – in fondo – come le altre («Ma il vero messaggio è un altro. Tutte le città, prima o poi, verranno distrutte dalla pioggia. Non si illudano Londra o Parigi. Chiamatela pioggia. Chiamatela guerra o carestia. Chiamatelo semplicemente tempo. Tutti sanno che la fine del mondo ci sarà. Ma il sapere, nell’uomo, è una risorsa fragile»).

 

«Abbiamo combinato un macello»

La città dei vivi è un esperimento pienamente riuscito. Nicola Lagioia riesce, infatti, a dare una forma a ciò che è apparentemente innominabile e incomprensibile. Non c’è morbosità («I mostri non esistono, – diceva Andreano ai giornalisti, – i mostri li creiamo noi di volta in volta per scaricarci la coscienza»), né giudizio, calcolo o abuso: c’è solo un racconto rispettoso, umano e calibrato. Il racconto di un funambolo delle parole che scava, si documenta, intervista, colleziona pezzi, riuscendo a entrare nella situazione, pur guardandola da una distanza di sicurezza, la più giusta, dovuta, quella che gli consente di avvicinarsi all’abisso e coglierne le sfumature; interrogarsi; riflettere; osservare davvero («Manuel sosteneva con fermezza di aver ucciso una persona, ma al tempo stesso si descriveva come uno spossessato, uno che agisce schiacciato da forze superiori»).

Lo fa con una lingua semplice e profonda («Nessun essere umano è all’altezza delle tragedie che lo colpiscono. Gli esseri umani sono imprecisi. Le tragedie, pezzi unici e perfetti, sembrano intagliate ogni volta dalle mani di un dio») che non stupisce, ma indica, sfuma, evoca («In un mondo che reputiamo costruito su basi sin troppo materiali, fatichiamo a credere che la parola conservi i suoi poteri magici») e con lo spirito di chi, sulla propria pelle, ha sentito cosa si prova quando si danza su un confine pericoloso («Non volevo degradarmi in quel modo. Volevo tuttavia anche degradarmi. Pochi giorni dopo trovai un lavoro vero e non ci pensai mai più»).

Lagioia, con questo libro, ci insegna qualcosa di importante, proprio perché non ha voglia di insegnarci nulla; scrive un libro politico, senza averne forse la minima intenzione; fa ordine nel suo passato (e nel nostro) e i conti col presente, mentre maneggia con cura e onestà la realtà (col diritto di plasmarla nelle forme e negli spazi della finzione), senza mirare mai a un’interpretazione autentica («Vivevamo in un mondo perennemente analizzato, scandagliato, setacciato da mille indagini e statistiche, ma al tempo stesso era un mondo inconoscibile, in cui era forse più difficile capire chi fosse davvero responsabile di cosa»), ma mosso nella ricostruzione da un desiderio di conoscenza («atti giudiziari con perizie, intercettazioni, sentenze ora definitive, contributi audio e video, dichiarazioni ufficiali, interviste») e comprensione («L’omicidio getta su vittima e carnefice la sua luce, ed è sempre una luce parziale, una luce perversa, l’omicidio è il male e il male è il narratore della storia»).

 

Nicola Lagioia, La città dei vivi, Einaudi, 2020, pp. 472

 

Crediti immagine: SanchaiRat / Shuttestock.com

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