6 gennaio 2021

La luna di miele di Mrs. Smith, di Shirley Jackson

«La nostra fragile parzialità promana dal caos – la materia stessa è questo caos e questa occulta imperscrutabilità – ma la molteplicità e l’assenza di leggi, celate nel nucleo più intimo delle cose, vibrano anche nell’animo umano. Per quanto tutto ciò sia frustrante, inconsistente, folle o risibile, non vi è che questa fatalità, questa concordanza fra il disvelamento del reale e la dissoluzione del mondo. E se vi fosse una qualche teleologia, essa non sarebbe che il passaggio da un vago presagio di sventura a un urlo colmo di orrore.” Claudio Kulesko, in alcune pagine nitide e precise di un libro che il Gruppo di Nun ha dedicato alla Demonologia rivoluzionaria (pubblicato da Nero pochi mesi fa, raccoglie testi di incredibile acutezza, oltre a quello appena citato, di Laura Tripaldi, Enrico Monacelli e Valerio Mattioli), evoca un’oscurità al centro della vita le cui qualità, se si volesse stilarne un elenco anche sommario, sarebbero da rilevare alla maniera apofatica di un Dionigi, anziché con i modi rozzi e affermativi di un positivismo catafatico convinto, scioccamente, che la realtà, il mondo, abbiano consistenza che possa essere affermata e definita.

Attraverso l’esempio del cosiddetto “tic”, di un movimento quindi rapido e involontario, effettuato al di fuori della sfera cosciente, lo stesso Kulesko (nel suo testo, Macchine compositive, contenuto in un volume pubblicato nel 2020 da Ombre Corte, Divenire invertebrato) addita la «clamorosa sconfitta dell’unità organica», l’assoluta permeabilità che la coerenza, del tutto apparente, comunemente attribuita al genere umano, offre all’irruzione di un brulicante, informe Fuori (per la comprensione di questa prospettiva, non si ripeterà mai a sufficienza quanto l’opera di Lovecraft sia stata fondamentale), decentrando così l’esperienza umana da un sostanziale equilibrio, il cui punto cruciale potrà essere individuato nella ragione, verso territori dove ciò che è organicamente strutturato non è altro che un effimero kairos, un istante di quel flusso interminabile e caotico che è il divenire.

È ciò che Nick Land individua nel sottosuolo delle tre critiche kantiane, la marcescenza dello scarto che la Cattedrale costruita dal filosofo di Königsberg ha accumulato nelle sue segrete, la voluttuosa decomposizione nella sfera ctonia di quei rifiuti sulla cui rimozione e soppressione viene fondato l’impero della ragione. Sarà perciò importante favorire l’evasione di quella espressione, che comunemente viene etichettata come letteratura fantastica, dal cerchio magico e paralizzante all’interno del quale è trattenuta dalle regole del genere, fra le «mura altissime del Gineceo» da cui cadono «pezzetti di carta con macchie e graffi / dove nulla è leggibile e dove tutto / illumina», come scrisse Ceronetti; un gineceo torturante e avvilente come quello dal quale Shirley Jackson tenta di fare evadere Eleanor Vance, la protagonista de L’incubo di Hill House, con uno slancio che si conclude, cupamente, nell’unica libertà che, più in generale, alla donna che vive negli Stati Uniti negli anni Cinquanta possa essere concessa: quella di una vita larvale in un mondo di spiriti.

In questa prospettiva, i “racconti ritrovati” di Shirley Jackson, raccolti in un pregevolissimo volume appena pubblicato da Adelphi sotto il titolo di uno di questi, La luna di miele di Mrs. Smith (coincidente con la prima parte, dedicata alle opere giovanili, del volume di disjecta membra la cui edizione inglese si intitola Just an ordinary day), costituisce un’occasione davvero preziosa per plasmare il ritratto di una grande autrice, capace di rintracciare la suppurazione di quella piaga che è la nostra realtà, il nostro mondo, di individuarne il brulicare disgregatorio il quale, incessante, ne tormenta i tratti, la cui causa Jackson non rintraccia in qualsivoglia purezza perduta o colpa che ne abbia sfigurato l’integrità, bensì in un processo inerente al suo divenire, in una vita intesa, alla stregua di Nietzsche, come momento breve e casuale di una condizione generale e pervasiva di morte.

Shirley Jackson lascia emergere, già dalle pagine giovanili, quel tragico turbine di ananke che la modernità, costruita sul modello risolutivo e pianificante della ragione, aveva tralasciato: un’ananke cieca, del tutto simile a una parete di roccia formatasi miliardi di anni fa, senza volontà che dipenda in alcun modo da un ego concepito come centro di un soggetto in grado di intervenire sulla materia; persino in un bozzetto ironico come Gli indiani vivono in tenda, questo elemento emerge con forza: la struttura desueta del racconto epistolare è messa in atto con lo scopo di tratteggiare un mondo estraneo e difficilmente penetrabile, in modo affine a quanto fece Tommaso Landolfi in quello straordinario racconto, Lettere dalla provincia, che appare fra le pagine di Ombre; intrecciata ad essa, la ronde di colpi di scena scatenata da un banale scambio di appartamenti, mette in scena un mondo che della volontà dei soggetti coinvolti non tiene conto in alcuna misura.

È una coltre spettrale, tuttavia, a coprire alcuni dei racconti più suggestivi della silloge: le bambine di Pomeriggio di estate vivono, con naturalezza, la continuità fra il mondo organico, quello degli oggetti e dei lemures, così come Mrs. Anderson, protagonista del racconto omonimo, raggiunge la consapevolezza della stereotipia della propria vita matrimoniale e del mondo che la circonda grazie a un sogno, con una vibrazione oniromantica degna di un Elio Aristide, non fosse per le conclusioni cui si giunge; ma sarà anche l’impulso da buon samaritano del protagonista di Jack lo squartatore (sebbene il titolo scelto dai curatori della raccolta, in questo caso, sia troppo rivelatore dello sviluppo della breve novella) a dischiudere la propria natura abissale e oscura senza che alcun colpo di scena esploda, alcuna spiegazione venga offerta, così come la normalità di James Benjamin, motore della vicenda che anima La brava moglie, la sua perfetta aderenza al modello borghese del marito, innescherà un inferno che trova nell’artificio, nella dissimulazione la propria ragione.

Ma è in un racconto straordinario come Incubo che, a mio parere, la crepa profonda sulla porcellana della realtà spicca con maggiore evidenza, con un movimento che ricorda, sotto alcuni aspetti, l’ineludibilità della colpa e della condanna che innerva Josek K.: in una New York vorticosa e instabile Miss Morgan, fuori ufficio per un incarico ricevuto dal proprio capo, diventa a tutti gli effetti la Miss X di un gioco che promette premi incredibili e inconcepibili, in un processo di identificazione realizzato non attraverso l’acquisizione, nel tempo, di un ruolo, bensì nell’adesione a un modello che scardina il continuum temporale per porsi come da sempre avvenuto, da sempre realizzato. Sarà quindi attraverso questa identificazione che la protagonista smarrirà la propria identità, offrendosi così (ma ella non può nulla con la propria volontà, tutto accade poiché deve accadere) ad un mondo del tutto differente e inspiegabile.

Si parlava della necessità di provocare una deflagrazione nella cosiddetta letteratura di genere, di diffonderne i batteri più contagiosi al di fuori del cerchio magico dal quale è immobilizzata; ma se ne parlava a sproposito, poiché chiunque abbia qualche conoscenza di magia cerimoniale, non può ignorare che il cerchio magico protegga e allontani le potenze più pericolose e destabilizzanti. È così che l’opera di Jackson prefigura un autentico Outside, minaccioso e implacabile a causa della fluidità instabile che lo contraddistingue, dal quale ognuno tenta di proteggersi attraverso ciò che possiede: un lume fioco e assai debole.

 

Shirley Jackson, La luna di miele di Mrs. Smith, traduzione di Simona Vinci, Adelphi, 2020, pp. 279

 
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