23 novembre 2022

La maledizione della noce moscata, di Amitav Ghosh

Non credo sia errato rintracciare le origini di quello che potremmo chiamare “rifiuto della catastrofe”, intesa come conseguenza della “esclusione dell’improbabile” messa in luce da Amitav Ghosh con profonda acutezza ne La grande cecità e che ormai da due secoli sembra dettare il passo alla modernità con rigore quasi militare, in un nodo teologico il cui profilo comincia a modellarsi molto tempo prima del XIX secolo, prima quindi di divenire un fenomeno così tipico della modernità, in un’epoca in cui il cristianesimo primitivo si allontana dal suo incipit per assumere un’altra forma, caratteristica principale della quale potrà essere individuata nel cosiddetto “potere di trattenere”: per riprendere riflessioni e parole di Giancarlo Gaeta, all’annuncio escatologico di Gesù, il quale apre uno spazio che è a tutti gli effetti un entre-deux «fra questo mondo che passa e un altro mondo già presente» (principale traccia del quale potrà essere individuata in Marco, 1, 15), postulante quindi un rivolgimento già in essere, subentra una fede cristologica sbilanciata «a favore del recupero di una prospettiva storica provvidenzialmente orientata col venir meno della centralità del giudizio radicale sul mondo»; in altri termini, la rottura della continuità temporale che la parola originaria di Gesù certifica, determinando «un inizio assoluto in grado di modificare nei fatti le esistenze di chi la accoglie», viene in qualche modo (e solo in parte) messa in ombra da un processo gradualizzante che allontana l’evento catastrofico in un indeterminato futuro, al termine di una Storia riabilitata e messa in forma nel cui corso la Provvidenza possa distillarsi e trovare compiutezza.

 

La catastrofe è già accaduta se la morte del sole, che avrà luogo fra circa 4 miliardi di anni, invalida davvero la temporalità di un mondo che ha attinto dalle sue riserve per differire le risposte in un futuro indefinito, si potrebbe sostenere riprendendo Ray Brassier e osservando come il modello teologico riverberi la propria aura in campi di esso dimentichi: le scienze, la filosofia, la politica, l’economia. Nel suo ultimo libro, La maledizione della noce moscata (Neri Pozza, traduzione di Anna Nadotti e Norman Gobetti), con gesto affine Amitav Ghosh prova, nell’ambito del tempo lineare basato sul nesso causale al quale la modernità è avvezza al punto da considerarlo naturale, da un lato a introdurre il ritmo differente dell’irruzione catastrofica attraverso la forma iperoggettuale delineata da Timothy Morton, dall’altro a scuotere la linea di faglia che separa, con altrettanta apparente naturalezza, l’umano dal non umano. E lo fa prendendo le mosse da un episodio ben preciso, sprofondando nel quale apparirà evidente la natura strettamente convenzionale degli schemi all’interno dei quali il pensiero moderno elabora il proprio rapporto col mondo.

La strage compiuta da Martijn Sonck e dagli altri membri della Compagnia delle Indie Orientali a Selamon, nell’aprile del 1621, dove erano impegnati da tempo nelle contrattazioni per l’esclusiva sul commercio della noce moscata, diviene, anche alla luce della futilità dell’episodio scatenante (la caduta di una lampada), l’esempio dei metodi che la modernità mette in atto, secolarizzatosi ormai definitivamente il processo del quale si faceva cenno nelle righe precedenti e mutato in arido meccanicismo preda del calcolo, nell’ambito del quale null’altro potrà mai darsi, al di fuori del mero fatto fine a sé stesso le cui implicazioni saranno sempre e solo legate a contingenze e a obiettivi di profitto. Soprattutto quando il confronto avviene con popolazioni extraeuropee o svincolate dai meccanismi imperiali e capitalistici, a tutti gli effetti cadute, si potrebbe dire, al di fuori dell’univocità imposta sia dal progresso, inteso come movimento di disintegrazione di tutto ciò che resiste alla sua marcia, sia dalla rottura che l’essere umano ha provocato per separarsi dal mondo che lo circonda, sgravando così la cultura di ogni detrito potesse in qualche modo essere ricondotto alla natura (esemplare, in questo senso, il pensiero di Bruno Latour).

La terraformazione apparirà come il processo grazie al quale la modificazione del territorio conquistato, attraverso la sua omologazione a quello dei conquistatori, potrà espellere dai confini ciò che ne aveva da sempre completato il profilo, il genius loci, il quale, plasmando un mondo di immagini e narrazioni, è così sempre riuscito ad aprire porosità fra le maglie del reale capaci di elidere l’irreversibilità del tempo e la separazione degli esseri. Ed è questo, credo, un punto fondamentale del pensiero di Ghosh. Di fronte a sfide e ad apparizioni la cui identità non potrà essere in alcun modo ricondotta a parametri umani, manifestazioni le cui dimensioni saranno immisurabili poiché dislocate in una scansione temporale davanti alla quale le proporzioni stabilite dal sofista Protagora appariranno semplicemente ridicole, le armi squadernate dal pensiero occidentale negli ultimi secoli appaiono improvvisamente spuntate.

Sarà perciò necessario, secondo Ghosh, mutare radicalmente il paradigma cognitivo, che movimenti così giganteschi e indifferenti alla soggettività hanno ormai messo in scacco, attraverso un gesto che doni nuovamente al mondo non umano vita, al tempo una configurazione più elastica di quella che finora lo aveva reso irreversibile. Grazie all’immaginazione, alle narrazioni che avvolgono la materia e il mondo animale intridendoli e estirpandoli dalla morte cui la modernità li aveva condannati, sarà possibile percepire adeguatamente «l’evento dirompente e il processo inavvertito e strisciante», per citare Eva Horn, le implicazioni temporali che legano un evento remoto al presente attraverso il canto e la memoria, non lasciando che esso si smarrisca in un passato irreversibile, il rapporto che lega gli esseri umani ai fenomeni naturali e all’invisibile.

Ghosh mette in atto un serrato confronto con autori del passato e del presente nel tentativo di scardinare la soggettività conchiusa e cartesiana dell’uomo contemporaneo in favore di un cosmo mentale unitario, che comprenda il paesaggio, la materia, gli animali: un unus mundus, potremmo dire, costituito da movimenti di apertura e viaggi del tutto differenti da quelli compiuti da Sonck e dai suoi sodali; in questo senso, sul lato opposto, l’impasto fra un cammino che spalanca il pensiero alla natura e la scrittura che è intrisa di questo movimento, tratto caratteristico dell’opera di Kenneth White magistralmente attraversata da Matteo Meschiari nel suo ultimo, importante libro, Landness (pubblicato da Meltemi quasi contemporaneamente al volume di Ghosh), rappresenta un forte richiamo ad abbandonare mondi e narrazioni fatti solo di sentimenti per addentrarsi in un tempo più profondo e stratificato.

 

Amitav Ghosh, La maledizione della noce moscata. Parabole per un pianeta in crisi, traduzione di Anna Nadotti, Norman Gobetti, Neri Pozza, pp. 368

 

Immagine: Mappa del Pacifico realizzata da Frederick de Wit nel 1650. Crediti: shippee / Shutterastock.com

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