22 gennaio 2023

La memoria di Edith Bruck

La memoria di Edith Bruck è una memoria perfetta. In ogni senso: perché è esatta, non tralascia e non travisa nulla, e non esagera mai. E, soprattutto, perché è poetica. Anche nei gesti del ricordo. Comprensiva di ogni tempo e di ogni fatto, è narrata con una sorta di sentimento lirico ad accompagnarne ogni frammento. Persino nell’angoscia e nell’orrore, in cui Edith riesce a trovare l’angolo nascosto ma illuminato in cui procedere. Come accade con «le grandi luci nei campi», come le definisce, e intende i momenti dove nel buio fitto dei lager era capace di intravvedere uno spiraglio di salvezza e, soprattutto, di umanità.

Ne ha viste cinque Edith di luci. Ad Auschwitz e negli altri luoghi dello sterminio dove è stata costretta. La prima è subito, appena scesa dal treno a Birkenau, nel 1944, lei tredicenne imprigionata con la madre, il padre, due fratelli e una sorella, Adele, con la quale dividerà ogni momento della deportazione fino alla liberazione a Bergen-Belsen, nel 1945, dopo la marcia della morte. «Ci hanno buttato giù dal vagone come fossimo immondizia che rovesciano – ricorda Edith – i lupi tedeschi aizzati contro di noi, e urlavano soltanto due parole destra e sinistra. Non sapevo che la sinistra era la camera a gas e la destra i lavori forzati». E continua: «Mi hanno buttato a sinistra con mia madre. Io ero aggrappata alla sua carne, con le unghie proprio, e un tedesco si è chinato su di me e ha detto Vai a destra, vai a destra. Ho detto: no, non lascio mia madre! Mia madre si è inginocchiata, e gli Ebrei non si inginocchiano, e ha gridato lasciatemi la più piccola dei miei tanti figli! Ma il tedesco l’ha colpita con il calcio del fucile, poi ha colpito me, finché non mi sono trovata a destra. Destra voleva dire una possibilità di salvezza, cioè lavori forzati. Ed è questo che io lo chiamo la prima luce».

Poi c’è il nazista che a Dachau le regala un pettinino chiedendole come si chiamava, restituendole così un ‘esistere’ e una speranza di «non essere solo un numero»; quindi la gavetta con un fondo di marmellata gettatale addosso da un tedesco e il guanto bucato che un altro soldato le regala. E in quei gesti, «in quel buco – dice Edith – c’era la vita, che rappresentava tutto». Infine, a Bergen-Belsen quando dovevano portare alla stazione dei giubbotti per i tedeschi, «a 8 chilometri dal campo». E lei, la più piccola del gruppo di quindici donne, che non ce la fa e ne butta alcuni per terra. Così, però, fanno anche le altre, stremate. I tedeschi le bloccano, «ghiacciate sulla neve», e minacciano di ucciderne una ogni due se non viene fuori chi ha cominciato. E quando Edith fa un passo in avanti e un nazista le si avventa contro, la sorella Adele – «la tigre, la Madre Coraggio» – si avventa su di lui e lo butta a terra. Il tedesco si alza, «si pulisce i pantaloni dalla neve e ci viene incontro con la pistola», Adele e Edith pronte per «l’ultima preghiera». Ma invece di ucciderle il nazista le aiuta ad alzarsi urlando che se «una schifosa e lurida ebrea ha osato mettere le sue mani su un te-de-sco, un te-de-sco, e continuava a battersi il petto, merita di sopravvivere. E non mi ha ammazzato e non ha ammazzato nessuno», conclude Edith.

 

C’è anche, nei suoi racconti, qualcosa di filmico che le permette di raggiungere, in qualche modo, l’anima di chi ascolta, o di chi legge, dando una dimensione sempre speciale alla sua memoria. È difficile persino per chi ha letto ogni libro di Edith Bruck collocare precisamente i ricordi nei luoghi e nei tempi giusti, ma la sua memoria ha la forza di lasciare comunque ogni volta una dimensione profonda di quanto accaduto, permettendoci di entrare nel mondo sacro e nel sentimento che lei narra. È quasi miracolosa dunque la memoria di Edith.  Forse perché è giusta anche nel mescolare i tempi. Scrive o racconta insieme di Auschwitz, ma anche del suo amore infinito per Nelo Risi, il poeta e marito amato «fino all’ultimo», tenuto in vita undici anni contro ogni previsione, per curare, insieme a lui, «inconsciamente anche qualcosa che non ho avuto: i genitori vecchi», uccisi ad Auschwitz e che Edith avrebbe voluto aiutare fin da bambina: «Volevo crescere e lavorare il più presto possibile per guadagnare e aggiustare i denti della mamma che non osava sorridere perché le mancavano quelli davanti». Era povera, poverissima, la sua famiglia nel piccolo villaggio ungherese dove era nata nel 1931. Ma la sua memoria è ricca anche di ricordi felici, come quando, nel 1942, costruisce con il papà il tetto di tegole per la loro ‘casetta’, una stanza, una cucina: «Per me era bellissimo vedere il tetto rosso, una meraviglia! Perché quello della nonna era di paglia e ci pioveva dentro. Però ci abbiamo abitato soltanto 2 anni perché poi ci hanno portati via».

 

L’intera vita letteraria di Edith Bruck è segnata dalla sua memoria. Come ne Il pane perduto, un romanzo che affascina anche nello stile quando passa da una scrittura in cui emerge la sensibilità di una bambina, a quella più profonda del dopo. Nei suoi libri, che siano romanzi o raccolte di poesie, e che sempre nascono dall’urgenza del dire, il tempo è come sospeso tra l’infanzia e la vecchiaia. Edith Bruck ripercorre infatti la sua vita legando insieme momenti anche molto lontani, rendendoli unici nel restituirci, alla fine, pur nel ricordo sempre presente del lager, «che non passa», la storia di una donna intera, che ha saputo essere e vivere nonostante. Perché è riuscita, e riesce ancora, ad amare, dare, cantare («le canzoni ungheresi della Prima guerra mondiale che mi insegnava mio padre. E cantavo con lui e lui cantava con me»), ballare, leggere e curiosare nel mondo. Come solo una grande scrittrice e poetessa può fare. Del resto è nata Steinschreiber che in tedesco significa, più o meno, scrittrice di pietra. Una pietra preziosa per il futuro di tutti.

 

◊ Tutte le citazioni sono tratte dal documentario Edith, diretto da Michele Mally, su soggetto di Edith Bruck e Giovanna Boursier, sceneggiatura di Giovanna Boursier, 3D Produzioni, 2023, LA7

 

Immagine: Charlotte Salomon, Kristallnacht (Leben? oder Theater? Ein singspiel), 1940-42. Crediti:  Joods Historisch Museum, Amsterdam

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