05 aprile 2017

La moda passa, il Partenone resta

Cosa accadrebbe se, un giorno, nella chiesa della nostra parrocchia, quella che frequentavamo da bambini, trovassimo il set di una pubblicità di alta moda? A prima vista, forse, ci verrebbe da ridere, poi, però, quando la comicità lascia spazio al sentimento dell’umorismo – di pirandelliana memoria – ne avvertiamo l’inadeguatezza e con gli occhi smagati, osserviamo conturbati quei comportamenti così poco liturgici, inani e sgraziati; e allora, il sorriso lascia spazio alla mestizia, ci sentiamo offesi nell’assistere allo svilimento di ciò che consideravamo sacro.  Quando ci capita di vedere l’immagine del Partenone, subito pensiamo all’antichità classica, alla Grecia, e non lesiniamo fantasticherie. Veniamo travolti dai ricordi che l’istruzione scolastica ha impresso in noi come esperienza sentimentale più che conoscenza pedagogica. Immaginiamo la polis, la nascita della democrazia, l’isonomia, lo spirito dell’uomo, l’etica, la morale, la bellezza e la filosofia. Ci commuove l’idea che non c’è posto dello scibile che i greci non abbiano tentato di raggiungere, sino a toccare la perfezione. Ancora oggi, la luce di questa civiltà ha la sua forma nelle colonne spezzate del Partenone, nelle metope esportate, nei marmi divelti, nella fatica quotidiana delle cariatidi. La tirannia del tempo, che tutto consuma, non ha ancora cancellato la storia, unica custode di quelle pietre. Ma, benché “la storia è sempre storia del presente”, tendiamo a pensare questi luoghi con nostalgia e distacco, come se dovessero restare, per sempre, nel passato. Non c’è rovina classica che non sia prima di tutto fuori dal mondo, fuori dal tempo, come un’idea che non ha quotidiano.  «Queste rovine non nacquero come rovine, erano templi, erano statue, erano palestre di giovani belli come eroi, che i poeti cantavano come eroi, che voi scolpiste come eroi, intorno ai templi» - mutuando le parole dello storico dell'arte Cesare Brandi. Insomma, questi luoghi sono stati creati dall’uomo per abitarli. Tra queste pietre si poteva, davvero, scorgere Fidia a lavoro; origliare le donne dialogare nel gineceo delle case; sentire le urla degli attori di teatro in maschera; si poteva incontrare Eschilo, Sofocle, Euripide, Pericle o la sua donna Aspasia, Demostene; si poteva vedere Prassitele che scolpiva il suo nome sulla base di una statua; la pizia in trance prima del vaticinio; si poteva salire fino all’interno del Partenone – sempre aperto – e pregare Atena Parthenos, nella sua magnificenza d’oro e d’avorio. Oggi, conoscere tutto ciò è importante non solo per attirare turisti, sempre e solo di passaggio, ma soprattutto per recuperare il sentimento dell’opera, ovvero riacquistare lo spirito dell’uomo che l’ha creata. Non è dalla pubblicità per fini commerciali o dalle immagini sulle copertine patinate che si può creare un corto circuito con l’antichità classica. Certo, anche la moda è una cultura e due culture non si sommano mai, possono essere dialettiche e quindi comunicare, ma sovrapponendole si rischia un imbarazzante silenzio. «Etiam periere ruinae» scriveva il poeta Lucano, “sono morte perfino le rovine”, riferendosi ad una frase detta da Giulio Cesare visitando le rovine di Troia; ebbene, la distruzione delle rovine greche comincerà quando non saremo più in grado di riconoscere il significato su cui poggiano quelle pietre. Quando dimenticheremo che il Partenone è stato sì, voluto da Pericle, ma votato da uomini liberi, democraticamente in assemblea, affinché quelle colonne – di marmo pentelico – divenissero il simbolo della democrazia. Il passaggio del testimone, con la nostra cultura, avverrà se le pietre dell’Acropoli torneranno ad essere l’incudine dove si forgia l’umanità, se ci sapranno parlare di resistenza, di libertà e di giustizia, se ci indicheranno, ancora, dove ha insegnato Socrate, senza diventare vacua e fugace cornice nel monologo pubblicitario della noia.

 


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