27 ottobre 2017

La morte di Enrico Mattei, un caso ancora aperto

Sono le 16,57 del 27 ottobre 1962, un bimotore Morane Saulnier, parte dall’aeroporto Fontanarossa di Catania diretto a Milano Linate. A bordo, oltre a Enrico Mattei, fondatore e presidente dell’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) ci sono il pilota, Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale, capo dell’ufficio romano di Time-Life.

Alle 18,57, mentre sorvolavano il comune di Bascapè, in fase di discesa, dall’aereo arriva l’ultima comunicazione: «Raggiunto duemila piedi», poi più nulla.

DeIle spregiudicate capacità manageriali di Enrico Mattei si è parlato molto, ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di ricostruire le vicende che portarono a “quell’incidente”.

Enrico Mattei nasce nel 1906 ad Acqualagna. Figlio di un maresciallo dei carabinieri, nel 1919, dopo il trasferimento della sua famiglia a Matelica, comincia giovanissimo a lavorare nella conceria Fiore: fattorino a 16 anni, operaio addetto alla purga delle pelli a 17 anni, tecnico a 18, vicedirettore del laboratorio chimico a 19, direttore a solo 20 anni.

Nel 1929 si trasferisce a Milano, dove viene assunto dall’industria chimica Max Mayer, ma nel 1931 si mette in proprio e fonda un’azienda specializzata nella produzione di oli industriali. Ha solo due operai, ma nel giro di pochi anni vince la sua scommessa e diventa un manager di grande successo. Dopo un’adesione mai troppo convinta al PNF nel 1943 si avvicina alla Resistenza che operava a Milano, e in modo particolare a Galileo Vercesi, membro del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) per il Partito Popolare. Dopo l’arresto e la fucilazione di quest’ultimo è proprio Mattei a subentrargli. In questo suo nuovo incarico si distingue per coraggio e grandi capacità organizzative tanto che alla fine del conflitto gli viene conferita dal generale Mark Clark la Bronze Star, quarta decorazione in ordine di importanza dell’esercito americano.

Con il ritorno alla pace quasi tutti i dirigenti della Resistenza vengono “ricompensati” dai loro partiti di appartenenza con un posto in Parlamento, in un’amministrazione locale o in un ente pubblico. Il 28 aprile 1945, la commissione centrale economica del CLNAI, presieduta da Cesare Merzagora, nomina Mattei commissario straordinario dell’AGIP per l’Italia settentrionale. Mattei è sfortunato, l’incarico che gli viene conferito è di scarsissima importanza, secondario e senza avvenire, considerato che il ministro del Tesoro del secondo governo Bonomi comunica alla direzione dell’AGIP l’ordine di liquidare l’azienda, che persino durante il fascismo era ritenuta inutile. La direttiva governativa è inequivocabile, è necessario vendere le strutture e le concessioni al miglior offerente, liberando lo Stato da un peso inutile. Ma Enrico Mattei non si dà per vinto e dal 1945 al 1948 si batte con tenacia per cercare di tenere in vita l’AGIP: basandosi su alcune esplorazioni sismiche condotte durante il fascismo in Lombardia, è infatti convinto che si possano trovare giacimenti di gas o petrolio. La sua perseveranza ha successo e nel 1948 finita l’epoca del commissariamento, Marcello Boldrini viene eletto presidente dell’AGIP e Mattei vice-presidente.

Gli anni successivi sono di grande importanza, Mattei dà vita a un vasto piano di ricerche, amplia e modernizza l’AGIP e nel 1949 ottiene i primi successi: la notte del 19 marzo a Cortemaggiore dal pozzo n. 1 insieme al metano comincia a sgorgare anche il petrolio, un petrolio di grande qualità, ma in quantità modestissima, dieci tonnellate al giorno. Ma la notizia fa scalpore in tutto il Paese.

Contestualmente Mattei comincia un piano di potenziamento e ampliamento della rete dei gasdotti. Il sistema di condotte della SNAM e dell’AGIP, che nel 1949 ha uno sviluppo di appena 257 Km e condotte con un diametro di 96 mm passa in poco tempo a 2064 Km con 179 mm di diametro.

Ancora nessuno, in Italia, si rende pienamente conto delle potenzialità economiche del metano e nessuno comprende l’importanza della costruzione dei metanodotti. Ma oramai i tempi sono maturi e la fondazione di un ente pubblico per gli idrocarburi è una logica conseguenza, il 21 gennaio 1953 nasce l’ENI e Mattei ne diventa presidente.

Gli anni successivi vedono il manager pubblico in continua ascesa, tanto da farlo diventare l’uomo più importante d’Italia. Con lui questo ente irrompe prepotentemente nello scenario internazionale, mettendo in pericolo l’indiscusso monopolio delle celeberrime Sette sorelle (Standard Oil of California, Standard Oil of New Jersey/Esso, Gulf, Texaco, Mobil, BP e Shell), che da sole controllano più del 90% delle riserve mondiali del petrolio al di fuori di Stati Uniti, Messico e Paesi comunisti; il 90% della produzione; il 75% della capacità di raffinazione, vendendo il 90% del petrolio nel commercio internazionale.

Nasce la “formula Mattei” che prevede il coinvolgimento diretto dei Paesi produttori di idrocarburi e una spartizione degli utili decisamente più equa. Comincia ad avere contatti diretti con la Libia, con l’Algeria, di cui finanzia i movimenti di liberazione che combattono contro la Francia, firma accordi molto vantaggiosi con la Tunisia e il Marocco, entra in contatto con i governi di Iran ed Egitto, a cui propone accordi che consentirebbero a quei Paesi di avere un profitto fino al 75% sullo sfruttamento del loro petrolio. Mattei ha una sua personalissima idea e non si ferma davanti a nulla e nessuno. Per portare avanti il suo progetto di autosufficienza energetica, in Italia finanzia indistintamente tutti i partiti che possano aiutarlo, e di più, in qualche modo è lui che detta tempi e ritmi della politica estera italiana di quegli anni. Celebre una sua dichiarazione «Uso i partiti politici come un taxi», nel senso che usava un partito per uno scopo, pagava la “corsa” e poi ne sceglieva un altro. All’estero usa una politica tanto spregiudicata quanto proficua. Naturalmente questa offensiva costringe le Sette sorelle a creare un fronte di reazione per cui, sia in Africa che in Europa, ostacolano in ogni modo la penetrazione delle aziende ENI. Molte azioni contro il “cane a sei zampe” in quel periodo sono riconducibili direttamente dai governi Usa, Regno Unito, Olanda e Francia; preoccupati sono in particolare gli americani, che credono che l’Italia tramite Mattei possa diventare una pedina della strategia di penetrazione sovietica nel Terzo Mondo.

Negli anni Sessanta l’ENI è ormai una realtà economica internazionale di prima grandezza, troppo, per non destare mal celate antipatie nei confronti del suo presidente e della sua spregiudicata politica energetica. Mattei pochi giorni prima della sua morte stava portando a termine l’ennesimo colpo sensazionale: l’accordo con la Esso. Un accordo pienamente soddisfacente per ambedue le compagnie. L’ENI avrebbe avuto finalmente accesso al petrolio mediorientale e si sarebbe in cambio allontanata dall’influenza russa. Tutto era pronto, ma quel 27 ottobre le ambizioni di Mattei si schiantarono insieme all’aereo che lo trasportava nei cieli delle campagne pavesi.

La prima inchiesta, ordinata dal ministro della Difesa Giulio Andreotti, imputò l’incidente a un errore del pilota: con una virata incauta avrebbe perso il controllo dell’aereo facendolo precipitare, ma la verità era ancora ben lungi dall’essere trovata.

Solo nel 2003, come ha accertato la Procura di Pavia al termine di indagini lunghe e complesse, si comprese che il Morane Saulnier 760, precipitato a Bascapè, era stato sabotato la sera precedente con una piccola carica di esplosivo, mentre era parcheggiato nell’aeroporto di Fontanarossa. Gli accertamenti eseguiti dall’esperto di tecnologia dei metalli Donato Firrao su alcuni piccoli frammenti dell’aereo, su diversi oggetti personali di Mattei e su schegge estratte, evidenziarono in modo inequivocabile la «presenza di modificazioni» riconducibili a «una sollecitazione termica e meccanica di notevole intensità ma di breve durata, caratteristica dei fenomeni esplosivi». In pratica ci fu una piccola esplosione all’interno della cabina che, ferendo il pilota, gli fece perdere il controllo dell’aereo. Si scoprì inoltre che Cosa nostra, attraverso Stefano Bontate e il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, aveva partecipato alla preparazione dell’attentato, prestandosi a un lavoro di fiancheggiamento e supporto. Ma se la dinamica dell’attentato è ormai chiara, sui reali mandanti le ipotesi sono ancora tutte aperte: sconcertante è l’enorme e sistematica attività di depistaggio e occultamento delle prove emersa nel corso delle indagini condotte negli anni successivi all’incidente, indagini che in qualche modo sembrano scagionare le Sette sorelle per concentrarsi su apparati dello Stato deviati, più esposti nella lotta internazionale contro il comunismo, i quali vedevano in Mattei e nella sua capacità di manovrare il Parlamento e i partiti e di condizionare pesantemente la politica estera del nostro Paese, un pericoloso nemico da abbattere.


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