25 ottobre 2018

La parte migliore, di Christian Raimo

La parte migliore, di Christian Raimo, racconta la storia di una famiglia cancellata da un dolore, il dolore più grande («Non poteva accadere niente di più brutto, di così tragico, così impensabile, definitivo», p. 195). Leda, Giuseppe e Laura sono quello che resta, una famiglia scomposta. Tre persone divise. Un dolore uno e trino: una madre che protegge e ha sempre protetto la propria figlia; un padre che ha scontato e custodito una colpa (quanto sua?) e che non fa parte delle loro vite, per molto tempo; una figlia (e sorella) che è cresciuta con la madre Leda che «è il suo specchio deformato: immagina che sarebbe identica a sua madre se pure lei fosse tutti i giorni a contatto con quei quasi-morti» (p. 15).

Laura è estranea al «consorzio sociale» (p. 97) e cerca la salvezza nella poesia («l’unica arma vera che abbiamo a disposizione, pensa Laura senza pensare, è la forma poetica» (p. 29); «l’unica cosa che le metteva una certa pace» (p. 77).  Adriano, suo fratello, non c’è più, ma è sempre presente: è il passeggero invisibile di Leda, il suo interlocutore preferito («ci parla come se fosse vivo», p. 19), l’immagine pensata di quello che suo figlio sarebbe diventato, di come avrebbe parlato, di quello che avrebbe voluto, che la tiene ancorata al passato e all’impossibilità di una nuova vita, fino a quando quella presenza invisibile non torna materialmente e queste tre persone devono fare i conti con ciò che resta di quello spirito che aveva governato le loro vite. Leda e Giuseppe, a un certo punto, devono scegliere cosa fare («il fatto delle ossa di Adriano», p. 36) e alla fine, forse, sarà Adriano a decidere («Vojo spari’, almeno per un po’», p. 179) o sarà quel nuovo inizio, una vita che ancora non è, a indicare la strada («e di lei stessa che davvero, senza alcuna ragione, pensò che potesse essere un inizio invece che una fine», p. 205).

Christian Raimo racconta, chirurgico e sincero, questa famiglia; racconta il dolore, il rapporto quotidiano con la morte (non solo quella che alcuni di noi custodiscono segretamente: Leda ha il suo dolore, ma è anche, nella vita, una psicologa che assiste i malati terminali); con la paura; con le conseguenze dell’assenza e della mancanza; racconta tutti noi alle prese, sempre più frequentemente, oggi, con tutto quello che può distrarci e può tenerci lontani dalla nostra parte migliore, quella che nessuno potrà mai portarci via.

Ma non è facile concentrarsi sulla parte migliore, è molto più facile perderci nei nostri timori adolescenziali («Questo pensiero, di non avere qualcuno di cui fidarsi fino in fondo, la ossessiona da tre giorni», p. 24), nella nostra presunta incapacità di cambiare e crescere («Con i rintocchi in bocca dei conati e la scimmia del dover mettere ordine alla sua vita», p. 125) che Christian Raimo racconta con estrema attenzione, con l’occhio di chi ha vissuto, ma vive anche le vite degli altri, di chi conosce, sta tra i ragazzi, tra la gente. Laura è accumulata in una sintassi di gesti e pensieri che sono gli attimi, i momenti, i timori tipici di una adolescente alle prese con tutta la vita che ha dentro; Leda è una donna di quarantacinque anni con una vita mai completamente archiviata, e un’altra mai davvero vissuta, con l’ansia di sistemare tutto, con l’ansia di compiere ogni azione – anche quelle intime e personali – con professionalità. Giuseppe è un padre che non è padre, perso tra la salvezza affidata un giorno alla fede, un giorno alla ragione («tutto giusto, ma con quanta gente avrebbe dovuto fare il bilancio della sua vita ogni settimana?», p. 38). Uno che è finito in galera, ma sa che non ha perso tempo e che la notte non riesce a prendere sonno («Il tempo e l’insonnia, queste due cose», p. 40).

A volte, sono i silenzi a salvarci, le parole non dette. Il silenzio e l’ambiguità, però, non sempre bastano e forse parlare, semplicemente, ci aiuterebbe a risolvere paure e incomprensioni, senza girarci intorno, anche se è difficile, particolarmente difficile, in determinati momenti. Raimo lo sa e, infatti, i suoi personaggi usano con cura le parole, il tono di voce («Laura si è ripassata a mente i suoi discorsi molte volte: li ha talmente ripetuti che adesso le parole le paiono asciutte come delle bacche disidratate o del corallo finto» (p. 13); «Ha mantenuto un tono razionale, filmico, sembrava evidente si fosse preparato il discorso: con le subordinate e gli incisi al posto giusto», p. 33). Le parole che sono urgenza («Come se non potesse far nulla se prima non fosse riuscita a parlarle, p. 90); le parole che sono distanza («Il linguaggio-macchina dei genitori», p. 17), le parole che spesso sono l’unico tentativo possibile per riempire il vuoto che ci si para davanti («Lui continuava a parlarle, in una maniera per cui le parole dovevano chiaramente saturare il timore di un vuoto», p. 184), le parole che non trovano voce e che tentano di vivere nelle lettere che scriviamo e che non leggerà nessuno («Non era meglio mandarle un messaggio e proporle di vedersi? Voleva una figlia o l’ennesimo psicanalista con cui confessarsi?» p. 169).

È difficile, però, perché siamo persi in città immense e ingovernabili, che stanno dimenticando la propria anima («aprono dei luoghi che assomigliano a baite, per ipotizzare forse un senso di affetto perduto o di familiarità in mezzo all’informalità dei nuovi quartieri funzionali», p. 32), città che sono protezione, ma anche limite («In un modo o nell’altro è una città che protegge dall’intensità del dolore, dalla sua assolutezza», p. 71; «Roma non l’aiuta. Non l’ha mai aiutata. Questa città non è fatta per vivere ma per sopravvivere», p. 139). Siamo rapiti dagli scontri generazionali, dalla guerra che ogni giorno combattiamo contro noi stessi e contro chi ci ricorda quello che siamo, o ci vuole bene, fino a infastidirci, perché in certi momenti avremmo bisogno soltanto di qualcuno che si arrabbi sinceramente con noi, invece di restare sempre calmo, inalterato («la condiscendenza per ogni fottuto accadimento», p. 76).

Tra tutte le nostre paure e sotto un cielo che è «una marmellata grigio scuro e piena di bolle» (p. 10) o «un ingorgo di nuvolaglia» (p. 157), tra la scuola, il lavoro, l’impegno politico, le vite che decidono di andare dove vogliono loro senza che noi – spesso – possiamo farci nulla, Raimo ci dà qualche indicazione, ci indirizza, ci guida nella nostra umanità, ci aiuta a prestare attenzione alle cose veramente importanti («Un lettore che sa leggere solo certe tracce del mondo, e del resto, della schiuma di tutte le parole, fare a meno», p. 120), a guardare con gli occhi aperti il futuro che ci aspetta («Affermare una cosa seria, gridare alla rivoluzione o all’apocalisse, e metterci una faccina che sorride vicino», p. 129), a guardare le nostre vite da un punto di vista diverso («La maggior parte del tempo non è mai dedicata alle cose in sé ma a quel vapore inutile che sta intorno alle cose», p. 139), a capire chi abbiamo accanto tutta la vita e chi vorremmo, invece, vicino prima di morire, a ritrovare, curare, conservare la nostra parte migliore.

 

Christian Raimo, La parte migliore, Einaudi, 2018, pp. 216


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