05 aprile 2017

La peggio gioventù. Fare tredici e perdere (la vita)

Sono almeno 13 le ragioni che possono spingere una ragazza a compiere un gesto estremo come quello di togliersi la vita. Non poteva che attirare l’attenzione del pubblico e della critica il romanzo Thirteen Reason Why quando, dieci anni fa - e il tema non era ancora così caldo - venne pubblicato negli Stati Uniti. Sempre sul pezzo, il colosso Netflix non si è fatto sfuggire l’occasione e il 31 marzo ha rilasciato le puntate della prima stagione, ovviamente 13, tratte del libro di Jay Asher, prodotta da Selena Gomez, diretta dal candidato all’Oscar Tom McCarthy (Il caso Spotlight) e adattata dallo sceneggiatore Brian Yorkey per adeguarla ai cambiamenti che sono avvenuti tra i giovani e nella società in quest’ultimo decennio. E molte sono anche le ragioni per non farsela sfuggire. Tredici è un prodotto innovativo, un teen drama (neanche poi troppo teen) ben confezionato, un thriller psicologico dal forte impatto narrativo, che riesce ad affrontare temi estremamente delicati, dal bullismo alla depressione, dalla reputazione alla sessualità, dalle dinamiche della rete alla violenza, con garbata freddezza, con asciutto realismo, capace di andare oltre gli stereotipi di genere. Mai banale, la serie ha ritmo da vendere, e qualche colpo di scena. Protagonisti di Tredici, i ragazzi del Liberty High School, liceo di un classico sobborgo americano e i loro rapporti interpersonali, attraverso una trama fitta di dubbi e rivelazioni. Uno di loro, Clay Jensen (Dylan Minnette), trova davanti alla porta di casa un pacco con delle audiocassette. “Ciao sono Hannah, Hannah Baker. Esatto, non smanettate su… qualsiasi cosa stiate usando. Sono io, in diretta e stereo. Nessuna replica, nessun bis e questa volta assolutamente nessuna richiesta. Mangia qualcosa e mettiti comodo, perché sto per raccontarti la storia della mia vita. Anzi, più esattamente il motivo per cui è finita. E se tu hai queste cassette è perché sei uno dei motivi”. Sui nastri, Hannah (Katherine Langford) ha inciso i motivi che l’hanno indotta a suicidarsi due settimane prima; e Clay, che per lei aveva una timida cotta, scopre di essere un importante tassello del complicato puzzle. Ogni nastro riguarda una persona diversa e, messi insieme, dipingono l’amara e scomoda verità, un segreto che la ragazza e i suoi compagni nascondono all’interno delle cassette. Nei messaggi, Hannah indica i “colpevoli” della sua scelta, non veri responsabili, ma complici e rei di avere più o meno direttamente innescato il meccanismo che l’ha risucchiata, finendo per dare l’incipit alla storia. Per comprendere in che modo è coinvolto nell’accaduto, Clay, molto colpito, inizia ad ascoltare e seguire le indicazioni contenute nelle registrazioni. Impacciato e schivo, si muove continuamente tra passato e presente, tra un flashback evocato dalla voce fuoricampo di Hannah e l’incessante ricerca del perché c’entri anche lui nella lista dei colpevoli. Lentamente, puntata dopo puntata, si dipana il mistero della morte della ragazza, con una buona dose di colpi di scena che incollano lo spettatore allo schermo. Il vaso di Pandora, colmo di segreti, intrighi e ricatti, è scoperchiato e la tensione è garantita.  


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