12 aprile 2020

La perenne necessità di un capro espiatorio

 

Tra le valigie sistemate sul portabagagli dello scompartimento, per tutta la notte si sente un sommesso mugolare. È il gemito di un uomo, quello che si sente, legato e imbavagliato, vittima di un gruppo di ragazzi di una società sportiva in trasferta. Il treno e i suoi passeggeri continuano indifferenti il loro viaggio; come rumore bianco, il lamento del povero malcapitato e le risate dei suoi assalitori.

 

Valerio Magrelli riporta questa scena di sopruso nel libro La vicevita. E confessa che il suo è un racconto diretto, lui è uno dei ragazzi che hanno partecipato a quello scherzo crudele, finendo quasi per soffocare un proprio coetaneo. Quando ricostruisce la vicenda, ne parla in termini di contagio: dice di essere stato vittima del «bacillo della sopraffazione», ma l’infezione sul suo percorso di vita «funzionò come una specie di vaccino», maturando indignazione verso qualsiasi forma futura di ingiustizia. Eppure, nella circostanza in cui si trovava, era necessario presenziare a quel rito barbaro se non voleva ritorsioni per sé stesso. Non contava la pietà che poteva nutrire nei confronti dello sventurato né tantomeno il suo desiderio di liberarlo, perché «non è possibile salvare il capro espiatorio; lo si può solamente sostituire».

 

In questo modo Magrelli codifica la perenne necessità ‒ individuale e collettiva ‒ di trovare e perseguire nuovi capri espiatori, nuove vittime sacrificali o potenziali nemici, che si adattino, di volta in volta, alle esigenze del momento. Ma perché ne sentiamo così tanto il bisogno?

 

Certo, è sotto gli occhi di tutti che il focus mediatico e l’attenzione domestica che prima investivano i migranti, oggi si indirizzano fisiologicamente sul Coronavirus. Cambia l’oggetto d’interesse quotidiano, da visibile diventa invisibile, ma non cambia per nulla la nostra abitudine di trasformarlo in nemico. È stato Giuseppe Conte a definire Covid-19 «il nemico invisibile e insidioso che entra nelle nostre case»; Giulio Gallera ha parlato di «bomba atomica»; Nello Musumeci ha detto esplicitamente che «siamo in guerra».

 

Designare un avversario ci fa sentire uniti nella battaglia che dobbiamo affrontare; ci rende fieri dei confini della nostra identità, orgogliosi di non essere l’altro. E se negli ultimi anni abbiamo riscontrato un calo di patriottismo, è senza dubbio colpa della mancanza di feroci rivali. Nel suo saggio Costruire il nemico, Umberto Eco sosteneva ironicamente che «una delle disgrazie del nostro paese, negli ultimi sessant’anni, è stata proprio di non aver avuto veri nemici». Che sia allora il Coronavirus l’antagonista di cui sentivamo l’urgenza?

 

Per rispondere è necessario fare una doverosa precisazione. I capri espiatori che ci costruiamo non sono mai nostri nemici. Sono persone, fenomeni ambientali o sociali che vestiamo di tutto punto perché vengano visti come tali, e perché sia più facile, di conseguenza, condannarli e sacrificarli per i nostri interessi.

Il Covid-19, quindi, non è un nemico invisibile, una bomba atomica o una guerra. È un virus, privo di coscienza o di propositi omicidi, capace (suo malgrado, se così si può dire) di provocare serie patologie nei soggetti che lo contraggono. E nelle ultime settimane è stato assunto come pericoloso agnello sacrificale.

 

È interessante, però, sottolineare che era già in uso nel XIV secolo la pratica di evitare il nome effettivo della malattia, e della pestilenza in particolare, e di rimpiazzarlo con termini pensati per allontanare il male da sé e dalle proprie responsabilità. René Girard nei suoi studi lo indica come «capro espiatorio linguistico»: all’interno dei testi medievali, ad esempio Le jugement dou roy de Behaingne di Guillaume de Machaut, la peste non viene quasi mai chiamata peste, nel peggiore dei casi si utilizza un’espressione più tecnica, epidemia («epydimie»); è una forma di reticenza culturale che a quanto pare arriva fino ai nostri giorni.

 

Della pericolosità del capro espiatorio linguistico possiamo prendere coscienza grazie a una foto che Jabin Botsford ha scattato alle pagine di un recente discorso di Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha cancellato con una decisa linea nera la parola «corona» e al di sopra della linea ha scritto «chinese». Così nel suo intervento il Coronavirus si è trasformato nel virus cinese. Assimilando capziosamente una malattia con un gruppo etnico, che a questo punto per il popolo americano rappresenterà nei mesi avvenire la prima, vera minaccia da offrire in sacrificio.

 

Questo processo di assimilazione ne ricorda molto un altro, che stavolta risale alla Francia del 1321. Dall’affascinante lavoro di Carlo Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, apprendiamo che i lebbrosi accusati di avvelenare i pozzi e spargere il morbo della pestilenza venivano subito associati agli ebrei e ai musulmani. Gli untori, nella storia della cultura occidentale, vengono sempre scelti ai margini della società che li attacca, sono i più deboli, non hanno voce. Era naturale che fosse un collegamento del tutto infondato, un modo che alcune città, come Carcassonne, avevano escogitato per «liberarsi dal monopolio del credito esercitato dagli ebrei» e «amministrare le ricche rendite dei lebbrosari», ma tutti ci credettero comunque.

 

E dopo quasi settecento anni corriamo il rischio ‒ o forse sentiamo la necessità ‒ di crederci ancora.

 

                              TUTTI GLI ARTICOLI SUL CORONAVIRUS

 
Crediti immagine: fotografaw /Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0