10 novembre 2014

La profondità nera del male

I Quaderni neri di Martin Heidegger usciranno in Italia, con Bompiani, nell’autunno 2015; ma l’eco della pubblicazione in Germania dei primi tre volumi (relativi agli anni 1931-41) di questa sorta di diario segreto del filosofo – che però ne aveva predisposto la pubblicazione postuma a coronamento della sua opera – ha suscitato polemiche e approfondimenti in diversi Paesi e anche in Italia.

Il tema che ha scosso l’opinione pubblica, spiazzando anche molti heideggeriani ufficiali come Jürgen Kaube e Peter Trawny, e che ha portato gli intellettuali francesi a chiedere addirittura la sospensione delle pubblicazioni, è quello delle radici filosofiche dell’antisemitismo. Nei quaderni dalla nera copertina (casuale, ma è difficile non leggere una metafora dei contenuti) si parla dell’ebraismo, apertamente, diffusamente e in termini che appaiono aberranti e sembrerebbero smentire la tesi del breve abbaglio nazista di Heidegger. Nella visione apocalittica radicale di Heidegger, americanismo, bolscevismo e, in qualche modo, lo stesso nazismo sono manifestazioni dell'epoca della tecnica, forme estreme di occultamento della verità dell’essere operato dalla metafisica. Ma l’ebraismo appare nei quaderni il nemico principale, che ostacola la rinascita dell’Occidente a cui il popolo tedesco è chiamato, in quanto l’Ebreo “potrà fare dello sradicamento di ogni ente dall'Essere il proprio compito nella storia del mondo”. Un antisemitismo metafisico, quindi, non immediatamente politico, che colloca l’Ebreo fuori dall’Essere; è una frase, una locuzione, inscritta nel linguaggio della filosofia, che però non può non far venire i brividi alla luce dell’Olocausto. Appare paradossale che si voglia proibire in nome della vigilanza democratica la pubblicazione dei quaderni. Gli Schwarze Hefte sono invece molto utili per capire i paradossi della nostra storia e del pensiero occidentale: in primo luogo dimostrano che l’adesione al nazismo del Mago di Messkirch, come lo chiamavano gli allievi, non è stata accidentale, ma, all’opposto, ben radicata nel nocciolo duro del suo pensiero. Se appare fragile la posizione di chi voleva semplicemente assolvere l’Heidegger filosofo dalle debolezze dell’Heidegger politico, anche ridimensionare l’impatto filosofico di questo urticante pensiero, mandarlo in esilio, pensando di poter riscrivere la storia della filosofia del Novecento a prescindere da Essere e tempo, sembrerebbe altrettanto velleitario. La strada è più impervia. Si sta riaprendo una riflessione complessa, che non può ridursi alla dimensione politica, ma non può trascurare che dopo la raffinata critica della metafisica, insieme ad essa, arrivarono i campi di sterminio.


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