24 aprile 2018

La resistenza delle mondine

“Aldo dice 26 x 1” è l’annuncio con cui il 24 aprile 1945 il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) ordinava, per il giorno 26 all’una del mattino, l’ultima e definitiva rivolta contro il nemico ormai esausto e in fuga. In quei giorni stavano infatti insorgendo tutte le città del Nord – Bologna, Genova, Torino, Milano, Venezia – e il 25 aprile fu scelto a simboleggiare la Liberazione dell’intero Paese dall’occupazione tedesca, grazie all’intervento degli Alleati e della Resistenza armata che in Italia fu tra le più forti d’Europa.

Ma accanto alla lotta armata, ve ne fu anche una senz’armi, non meno coraggiosa, efficace e capillare, quella messa in atto dai lavoratori attraverso gli scioperi, le cui finalità politiche erano parzialmente celate dalle rivendicazioni economiche. Nel marzo del 1943 e di nuovo nel marzo del 1944 migliaia di operai delle fabbriche del Nord bloccarono la produzione per giorni e una protesta analoga, ma meno ricordata, venne attuata in Emilia Romagna dalle mondine, le lavoratrici delle risaie, nel maggio-giugno dello stesso anno.

Quello della monda era tra i lavori più duri: otto ore al giorno, curve sotto il sole, con gambe e braccia immerse nell’acqua, martoriate dagli insetti, per estirpare le erbe infestanti. Inoltre, poiché era un lavoro stagionale ‘per donne’, veniva pagato ancora peggio di quello dei braccianti.

 

Per le loro misere condizioni le mondine non erano affatto nuove alle lotte e agli scioperi sin dalla fine dell’Ottocento e i primi del Novecento: in epoca fascista si ricordano in particolare due scioperi, nel 1927 e nel 1931, durante i quali in migliaia, nel Vercellese, Novarese, Biellese, fermarono il lavoro per opporsi alla minaccia di riduzione salariale, con numerosi conseguenti arresti.

La protesta del 1944 iniziò il 15 maggio a Medicina (Bologna) e nei giorni successivi si propagò in altre aree della Bassa bolognese fino a sfociare a metà giugno nella massima partecipazione dell’intera categoria in diverse zone dell’Emilia e della Romagna. Sostenute, difese e organizzate dai CLN e dai Comitati di difesa della donna (nati per iniziativa dei comunisti sia per difendere le famiglie dei partigiani, sia per evitare che le donne fossero sfruttate oltremisura), le lavoratrici chiesero la riduzione da 8 a 7 ore lavorative, un aumento della paga, il miglioramento del vitto, due copertoni per bicicletta, una veste e un fazzoletto per la testa, la sospensione del lavoro durante gli allarmi aerei e che tale sospensione fosse anche retribuita. E nonostante le minacce di deportazione, le incarcerazioni, le percosse, proseguirono eroicamente la loro protesta per circa un mese, interrompendo a più riprese il lavoro per chiedere la liberazione delle compagne arrestate e fino a ottenere quanto richiesto e, anzi, aumentando le rivendicazioni via via che ottenevano risultati. Pochi furono gli episodi di crumiraggio, e si ricordano al contrario donne che, condotte a forza dal Ravennate per sostituire le scioperanti, si rifiutarono di farlo, sfilando per i paesi e intonando canti. In quell’occasione nacque anche il foglio clandestino La Mondariso, del quale uscirono solo tre numeri nel giugno, in cui furono pubblicate le rivendicazioni delle scioperanti e si rendeva conto degli esiti della lotta, considerata all’epoca una grande vittoria e certamente un esempio per le altre categorie di lavoratori agricoli, che le seguirono.

Negli anni del dopoguerra, i Cinquanta fino ai Sessanta, le mondine continuarono le loro battaglie, diventando il simbolo delle lotte del proletariato agricolo femminile. Di loro sono ancora famosi i canti, che nel corso della loro lunga storia si riempirono sempre più di contenuti politici, come Sciur padrun da li beli braghi bianchi, Se otto ore vi sembran poche, o La lega (Sebben che siamo donne), e molti altri, alcuni dei quali vennero ripresi dalle femministe negli anni Settanta.