23 luglio 2019

La riforestazione per arginare il cambiamento climatico

È ormai sapere condiviso che la deforestazione massiccia praticata negli ultimi decenni in aree sempre più vaste del pianeta ‒ specie in luoghi come la foresta amazzonica o in altri “polmoni verdi” della Terra ‒ sia una delle cause principali del cambiamento climatico, le cui gravi conseguenze sono, col passare del tempo, sempre più sotto gli occhi di tutti.

Se alcuni tentativi sono stati compiuti, ma con scarsi risultati, per invertire la rotta e fermare l’abbattimento indiscriminato di intere foreste per far posto all’allevamento del bestiame o a insediamenti antropici, per la prima volta uno studio scientifico, pubblicato sulla rivista Science, mostra come attuare una prospettiva diametralmente opposta potrebbe agire favorevolmente sull’intera questione climatica.

Gli alberi hanno ovviamente un ruolo chiave nell’assorbimento dell’anidride carbonica presente nell’atmosfera: gli scienziati del Crowther Lab (un gruppo di ricerca interdisciplinare del Politecnico di Zurigo) sono però riusciti a fornire una valutazione quantitativa della riforestazione, stabilendo anche su quali specifiche zone del pianeta ci si dovrebbe concentrare maggiormente al fine di ottenere una frenata sostanziale del cambiamento climatico.

Secondo Tom Crowther, uno degli autori senior dello studio, la riforestazione è, da ogni punto di vista, la soluzione migliore per contrastare il riscaldamento globale e attuandola adesso, nell’arco di pochi decenni, la quantità di anidride carbonica presente nell’atmosfera tornerebbe ai livelli del secolo scorso, riducendosi di circa il 25%.

Tutto questo, secondo il gruppo di scienziati, non andrebbe a togliere spazio né alle zone degli insediamenti antropici (intese sia come aree urbane che destinate all’allevamento) né alle coltivazioni agricole; si potrebbe quindi aumentare di un terzo la superficie boschiva rispetto a quella attuale estendendola per oltre 9 milioni di km²: all’incirca una foresta con le stesse dimensioni degli Stati Uniti o della Cina.

La riforestazione dovrebbe ampliare le foreste su 1,8 miliardi di ettari di terreno con un aumento della canopia (la parte più alta degli alberi, le chiome) di 0,9 miliardi di ettari (a fronte degli attuali 5,5 miliardi di ettari con una canopia di 2,8 miliardi di ettari): la nuova superficie boschiva andrebbe a immagazzinare ben 205 gigatonnellate, ovvero i due terzi del totale prodotto dalle attività dell’uomo, producendo benefici enormi.

Inoltre, piantando alberi anche nelle aree urbane e agricole, anche se in quantità minore per non sottrarre troppo spazio, si otterrebbe un innalzamento della qualità della vita in questi contesti, a causa di una riduzione significativa dell’inquinamento.

Concretamente, la ricerca è stata attuata basandosi su circa 80.000 fotografie satellitari ad alta risoluzione fornite da Google Earth Engine delle coperture arboree dell’intero pianeta e incrociando poi i dati relativi al suolo e al clima: è stata così disegnata una vera e propria mappa della nuova possibile superficie boschiva, creando inoltre una sorta di strumento di pianificazione accessibile a tutti, tramite il quale organizzazioni di vario tipo, ma anche singoli cittadini, possono vedere graficamente dove è possibile piantare e far crescere nuove foreste.

Nuove foreste di cui deve essere necessariamente implementata la crescita, in quanto la mera crescita spontanea, dovuta proprio all’aumento delle temperature ‒ specie in alcune regioni del pianeta come, ad esempio, la Siberia ‒, da sola non sarebbe sufficiente ad apportare i benefici necessari che alcuni attuali modelli climatici, invece, prevedono; inoltre, soltanto un piano di riforestazione globale, attuato cioè in maniera pianificata e differenziata sull’intera superficie terreste, fermerebbe in modo significativo la china del cambiamento climatico, a differenza delle singole riforestazioni, seppur meritorie, messe in campo da singoli Paesi, come sta accadendo, ad esempio, in Germania.

Fondamentale, sottolineano poi gli scienziati, è poi agire il prima possibile in quanto gli stessi cambiamenti climatici riducono sensibilmente ogni anno le aree che potrebbero essere destinate a nuove foreste: entro il 2050, infatti, se la situazione rimanesse invariata, si perderebbe un quinto del terreno disponibile a questo scopo.

Lo studio, oltre a suscitare un grande interesse, non è stato però esente da critiche. Gli scienziati del Crowther Lab, infatti, non hanno preso in considerazione le altre tecniche per la cattura del carbonio (come la crescita di alghe negli oceani o l’utilizzo di macchine per estrarlo direttamente dall’atmosfera), a oggi molto discusse, perché, a loro giudizio, non solo meno ecosostenibili, ma anche molto più costose rispetto alla riforestazione, che contribuirebbe inoltre a proteggere la biodiversità, che tanta parte ha nella tutela complessiva del nostro pianeta.

Nonostante ci siano differenze di vedute, anche profonde, sulle reali tempistiche sia del progetto che dei suoi effettivi risultati, nonché sull’effettiva distribuzione delle nuove foreste sul territorio, la comunità scientifica ha salutato comunque in maniera positiva quello che a tutti gli effetti si configura come un progetto di riforestazione intelligente e, soprattutto, ha sollecitato una pronta risposta da parte di governi e istituzioni che devono, in ogni modo, fornire delle risposte e impegnarsi concretamente, anche grazie al supporto degli scienziati, per porre un freno al cambiamento climatico anche attraverso l’attuazione di progetti di questo tipo che presentano innumerevoli benefici su svariati fronti.


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