03 maggio 2017

La rivoluzione continua. Morte di Danton in scena a Napoli

Tra la moltitudine di voci che la Rivoluzione francese porta con sé, rumoreggia, tra le strade, quella minacciosa e retriva del popolo. Echeggia, nei salotti del compromesso, quella greve di rabbia giustizialista. Mormora mezze parole quella viziosa e licenziosa delle meretrici nelle alcove. C’è una voce, però, che più di tutte si risente, è chiara e autoritaria, è lo stridere veloce tra i due montanti dell’immantinente lama d’acciaio della ghigliottina.

Morte di Danton è l’ultimo capolavoro teatrale messo in scena da Mario Martone, al Teatro Politeama di Napoli fino al 7 maggio. L’opera nata nel 1835 dalla penna di Georg Büchner, drammaturgo tedesco, è una profonda indagine sul significato dell’agire umano, che il regista napoletano dirige con impeccabile perspicuità.

 Il protagonista Danton, audace rivoluzionario di prim’ordine, volge lo sguardo all’indietro, quando ormai il suo avvenire è lungo quanto il diametro del suo collo, e allora cerca a tutti i costi di dare un senso alle sue azioni, per giustificare in qualche modo la sua morte.

 «Quando ho cominciato a usare la dinamite – dice Sean nel film Giù la Testa – allora credevo anch’io in tante cose... in tutte, e ho finito per credere solo nella dinamite». Ecco, Danton aveva capito, prima degli altri, che la ghigliottina, per un’eterogenesi dei fini, da strumento è diventata l’unico fine della rivoluzione, tutto il resto è a lei subordinato: «È la rivoluzione che divora i suoi figli». Ma come per Damocle, anche per Danton, è troppo tardi. Ormai, sulla propria testa, pende la spada sguainata.

Con naturale armonia, Martone coordina più di 25 attori, tra scena e platea, con luci, suoni e sipari; 5 di questi ultimi utilizzati dal regista come strumenti per scandire il tempo e lo spazio, ma anche come metafora del trapezio d’acciaio della ghigliottina.

Afflitto dallo sconforto, quando ormai recalcitrare è inutile, Danton confessa la sua rivoluzione interiore, ma nelle sue parole non c’è pentimento né redenzione: «siamo spade con le quali combattono gli spiriti… Non siamo noi che abbiamo fatto la rivoluzione ma è la rivoluzione che ha fatto noi». È piuttosto una lucida presa di coscienza dell’ingannevole situazione umana, che solo nella rivoluzione continuerà a esistere: «La rivoluzione non inciampicherà sui nostri cadaveri».

Messo a tacere Danton, la ghigliottina oscilla al centro della scena, quasi a evocare la metafora schopenhaueriana del pendolo. Una voce di donna disobbedisce al silenzio urlando «Viva il Re!», autocondannandosi a morte, affinché la rivoluzione continui a giustificare il mistero della vita.

 


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