11 ottobre 2020

La rivoluzione dell’empatia. Intervista a Mattia Insolia

 

Intervista a Mattia Insolia

 

«Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuta, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione?». Sembrerebbe un interrogativo molto provocatorio quello espresso da Umberto Saba in Scorciatoie e raccontini. Ma l’autore triestino non ha intenzione di provocare, bensì di rispondere, di chiarire un incomprensibile dato di fatto della storia italiana. Per Saba la ragione è rintracciabile nel mito fondativo della Penisola: «Gli italiani», scrive, «sono l’unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione». Pensiamoci bene: Romolo e Remo, Ferrucci e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani, e l’elenco potrebbe continuare a lungo.

C’è però uno scrittore italiano che con il suo primo romanzo è riuscito a sovvertire questa tradizione, sociale storica e letteraria, e a riabilitare il concetto di fraternità. Si chiama Mattia Insolia, ha venticinque anni e quest’anno ha esordito con Gli affamati (Ponte alle Grazie), la storia di Paolo e Antonio Acquicella, uno di ventidue e l’altro diciannove anni, uno muratore e l’altro studente, senza padre e senza madre, confinati nel piccolo paese di Camporotondo.

«Nei miei ragazzi non direi che c’è un tentativo di rivoluzione, ma di superamento. La rivoluzione pretende che si cerchi di superare il vecchio per costruire il nuovo. Negli Affamati, invece, Paolo e Antonio hanno l’intenzione di superare il loro passato, ma non quella di costruire qualcosa, anche perché non posseggono nemmeno i mezzi per farlo. Ecco, per superare il passato e il presente, entrambi si rendono conto che la loro forza è nell’unità. Non c’è fratricidio; rispetto a quanto diceva Saba, c’è una controtendenza».

 

Questa distinzione tra rivoluzione e superamento è importante. È come se nel concetto di superamento si volesse descrivere un impulso, un istinto alla vita, senza meta, senza fine o progetto. All’interno di questa idea, se Paolo e Antonio sono gli affamati che aspirano al superamento, che cos’è la fame?

La fame è vuoto. È un vuoto che riempie. È uno spazio che, nonostante sia sgombro da qualsiasi cosa, è quasi impossibile da colmare, perché ha una forma troppo particolare, e dentro ci può stare solo qualcosa che abbia i suoi stessi contorni. Ogni vuoto, che appunto è un tipo di fame, nasce da un abbandono, nasce da una mancanza, e solo qualcosa che abbia la sua stessa forma può riempirla.

 

I temi della fame e del vuoto si somatizzano non solo nei profili dei tuoi personaggi, ma soprattutto nei corpi dei nostri coetanei, la cosiddetta Generazione Z. Diventano ansia, claustrofobia (o claustrofilia), scompensi fisici, depressione. Come affrontare oggi quel vuoto, come saziare quella fame?

La nostra generazione è la prima vera generazione che sta affrontando la parte più profonda di sé stessa, dal punto di visto emozionale. Noto che tra di noi il dialogo sulle nostre emozioni, sul proprio sentirsi, finalmente viene fuori. Si sta evolvendo qualcosa, un diverso livello di coscienza, che prima non c’era. Bene, essere consapevoli di una così vasta scelta d’emozioni, ci spaesa, d’un tratto abbiamo capito che dobbiamo educarci a vicenda per saperci orientare, e ancora non sappiamo bene come muoverci.

 

Sarà dovuto anche a uno strano paradosso: l’epoca in cui una generazione matura un “diverso livello di coscienza” è la stessa in cui si vive un tempo enormemente accelerato. Profondità e velocità come codici e sintesi della medesima generazione

È vero. Per elaborare tutto avremmo bisogno di lentezza, però il mondo va veloce, va troppo veloce. Ci ritroviamo, allora, a procedere in modo contrario: velocemente da un punto di vista pratico, nei rapporti tra noi e l’esterno, tra noi e il mondo; lentamente da un punto di vista emozionale, nel confronto tra noi e l’interno, tra noi e noi stessi, tra noi e gli altri. C’è una sorta di scarto, di ritardo: la mia paura è che arriveremo a quaranta, cinquanta, sessant’anni con la parte di noi che ha a che fare col mondo esterno sovrasviluppata e la parte che ha a che fare con le emozioni sottosviluppata. Che, secondo me, è proprio quello che è successo alle vecchie generazioni.

 

Alla fine di questa nostra conversazione, dopo la tua riflessione sulle emozioni, mi sopravviene una scena da un film di Jean-Luc Godard, Questa è la mia vita (Vivre sa vie, 1962), quando si parla della responsabilità della propria infelicità («Sono infelice, sono responsabile»). Mi piacerebbe salutarti chiedendoti se la nostra generazione saprà essere responsabile della propria infelicità

Sì, credo di sì. La nostra sarà un’esistenza incredibilmente travagliata. Ci scontreremo con la nostra fisiologica infelicità per molti anni, se non per sempre. Però, sapremo razionalizzarla. È difficile riuscire a razionalizzare i propri problemi, è difficile riuscire a trovare una logica all’interno della propria infelicità. E non è detto che una volta trovata questa logica, provata questa razionalizzazione, saremo capaci di superare l’infelicità che ci portiamo addosso. È qui, però, che deve cominciare un fondamentale e indispensabile lavoro empatico.

 

In che senso?

Un’altra cosa che sto notando della nostra generazione è il suo essere attraversata da un forte sentimento di empatia. E noi di quell’empatia abbiamo bisogno. Ognuno di noi, attraverso il rapporto con l’altro, attraverso il rapporto con sé stesso, riesce a trovare una logica alla propria infelicità; ma solo attraverso l’empatia, che ci lega gli uni agli altri, è possibile trovare uno spazio comune, una bolla di condivisione in cui quell’infelicità possa essere sopportata. Compresa, accettata. È un grande lavoro futuro nei confronti del prossimo.

 

Una pagina, a margine. Parlando con il suo migliore amico Italo, Antonio gli confessa che vive le cose in modo più intenso. «E che significa ‘sta cosa?», gli chiede l’amico. «Che ne so…», risponde Antonio, il pensiero nella sua testa è chiaro, funziona, ma non riesce a dirlo a parole. Alla fine, ci prova: «Che sento di più le cose, diciamo».

 

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