4 aprile 2021

La società senza dolore, di Byung-Chul Han

Negli anni in cui una pandemia è irrotta nelle vite di ogni cittadino del mondo, riportando alla vista la concretezza della morte anche per chi dal virus non sia stato toccato direttamente,  una riflessione sul rapporto che la società contemporanea ha col dolore non può che essere benvenuta. Ne "La società senza dolore", l'autore coreano (naturalizzato tedesco) Byung-Chul Han indica delle scomode verità sulla nostra avversione alla sofferenza ("algofobia"), presentando allo stesso tempo un - a tutti gli effetti - encomio del dolore, del suo valore etico, artistico e civile. Il libro, tradotto da Simone Aglan-Buttazzi per Einaudi, nella sua brevità riesce ad essere acuto e provocatorio e, per quanto alcuni suoi argomenti siano opinabili, forza a una riflessione sulla gestione del dolore. Non si lascia spazio ad alcun ottimismo verso il presente, né alla speranza per il futuro.

Una delle prime domande che è lecito porsi è di quale società si parli nel libro. Questo aspetto non viene mai approfondito, i riferimenti specifici alle realtà esistenti coinvolgono indifferentemente Stati Uniti, Germania, Cina. In generale, sembra che l'oggetto della riflessione siano le società capitalistiche e neoliberiste che, pur tra le ovvie differenze, Han sente avere sufficienti tratti comuni da poterle trattare assieme senza ulteriori distinzioni. La società capitalistica avanzata (che definire solo “occidentale” sarebbe riduttivo) ha rimosso, secondo l'argomentazione del libro, il dolore dal proprio orizzonte. Una forma estrema di tanatofobia, indotta dal consumismo senza freni e dalla perdita di "qualsiasi dimensione meta-fisica". In una società radicalmente edonista, il dolore non ha senso e, non avendo senso, non può essere gestito che con gli analgesici, represso e rimosso. Quando ciò diventa impossibile, non c'è alcuna narrazione a soccorrerci, solo lo sgomento e la paralisi.

Inoltre, pur essendo possibile trattare il dolore nelle sue forme acute, dilagano invece le forme croniche di sofferenza, diluite e diffuse. Oltre che impossibile, aggiunge però Han, non sarebbe neanche desiderabile potersene liberare, del dolore. Volersi ancorare a forza alla positività conduce necessariamente a una replicazione di ciò che già è stato fatto, dell'Uguale, per prendere a prestito le parole dell'autore stesso. Solo il dolore spinge a vedere il presente come intollerabile e stimola il cambiamento.

La trattazione del virus e delle misure per contrastarlo sono probabilmente la sezione che risulta più problematica al lettore, per la sua attualità e la radicalità di Han nello schierarsi contro gli approcci più diffusi. Nel momento in cui il mondo intero pare – più o meno – concorde nella lotta alla pandemia, l’autore opina che la sopravvivenza come unico valore non negoziabile trasformi in realtà le persone in non-morti. La “buona vita” viene sacrificata sull’altare della “nuda vita”, da preservare a ogni costo. Terrorizzati dal dolore e dalla morte, siamo pronti ad accettare qualunque sorveglianza e violazione delle nostre libertà in cambio della garanzia della sopravvivenza. È spontaneo, davanti a simili argomentazioni, provare sensazioni quanto meno contrastanti. Pur comprendendo gli aspetti inquietanti dell’isteria della sopravvivenza e la sorveglianza biopolitica verso cui potremmo dirigerci, voler sopravvivere ed evitare di soffrire sono istinti basilari. Non solo, sono anche la spinta dietro ogni nostra azione. Tuttavia, non sembra ci sia un suggerimento (implicito o esplicito) di lasciare il virus libero di circolare, quanto un tentativo di portare un esempio attuale di come la prospettiva della sofferenza e della morte provochino panico incontrollabile nel mondo attuale. Indignarsi per il provocatorio disprezzo verso una società della sopravvivenza finirebbe per limitare la comprensione di un libro che dà spunti interessanti sul perché, nell'era in cui il progresso tecnico ha permesso una ricchezza materiale senza precedenti, ci si trovi davanti al dilagare dei problemi psichiatrici, al dolore cronico e all'autolesionismo.

La radice profonda, secondo l’autore, è il neoliberismo e le sue implicazioni. Han non è il primo a fare questo collegamento. La tendenza a privatizzare dolore e malattia è già stata evidenziata anche da autori come Mark Fischer[1], che notava come la malattia psichiatrica sia trattata come faccenda squisitamente privata, e non come esternalità del modello economico. Il neoliberismo spinge alla "responsabilizzazione radicale della forza lavoro" di cui parla Peter Fleming nella sua riflessione sulla teoria del "capitale umano"[2]. Il risultato finale è una “vergogna” del dolore, una debolezza di chi non è resiliente e performante.

Pur se accessibile e acuto nelle sue analisi, il libro mostra debolezze non indifferenti. Il pessimismo radicale non viene mai stemperato da alcuna alternativa, anzi, in più di un luogo si nega ogni possibile miglioramento futuro. Anche la prospettiva transumanista viene bocciata senza appello, in quanto - nell'ottica dell'autore - dichiaratamente deumanizzante. L'impressione, arrivati all'ultimo capitolo, è che si proponga un'adorazione della sofferenza come motore della storia e delle migliori energie umane. Un messaggio che non è digeribile per chi apprezza l’ordine esistente, né per chi vorrebbe pensare il futuro. È un messaggio che ha un sapore retrivo. Non aiuta che i principali riferimenti del libro siano Heidegger, Jünger, noti Mitläufer, e Nietzsche, anche lui associato a ideologie reazionarie. Non è certo la prospettiva di Han, che si limita a riflettere amaramente su un’algofobia sottovalutata. La radicalità di quest’amarezza offre sì uno stimolo prezioso per il pensiero, ma risulta anche limitante nel suo non interessarsi ad eventuali differenze all’interno della “società” descritta, così come nell’ambigua assenza di una parte costruttiva.

 

Byung-Chul Han, La società senza dolore, Einaudi, Torino 2021, pp. 80, 13€

 

[1] Mark Fischer, Realismo capitalista, Nero Editions, 2018

[2] Peter Fleming (2017), The Human Capital Hoax: Work, Debt and Insecurity in the Era of Uberization, Organization Studies 38(5), 691-709

 

 

 

Immagine: Le foglie di corniolo dalle sfumature rosse galleggiano sull'acqua scura. Crediti: Douglas Wielfaert / Shutterstock.com

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