7 agosto 2022

La strage di Bologna

Il 2 agosto, a quarantadue anni di distanza dalla strage compiuta alla stazione di Bologna, non è ancora possibile mettere la parola fine a un evento che – ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella – «è rimasto nella memoria e nella coscienza civile degli italiani». La strage causò la morte di ottantacinque persone e il ferimento di altre duecento. L’attentato non aveva un obiettivo preciso, se non quello di gettare nel panico un intero Paese. Si voleva creare un clima propizio all’assalto alle istituzioni della Repubblica: una sorta di colpo di Stato che l’ordigno avrebbe dovuto accelerare. Il presidente Mattarella ha voluto ricordare, insieme con tutte le vittime, la più piccola dei martiri, Angela Fresu, che aveva appena tre anni: in braccio alla madre attendeva un treno, e incontrò la morte. Mattarella non si è limitato a ricordare il dolore di quanti subirono la perdita di un loro caro. A quarantadue anni di distanza dalla strage, il presidente ha chiesto con forza la mobilitazione delle istituzioni per «raggiungere quella piena verità che è premessa di giustizia».

Non siamo comunque all’anno zero. La Corte di assise di Bologna, presieduta da Francesco Caruso, nell’ultimo processo sulla strage, ha condannato all’ergastolo il quinto e forse l’ultimo esecutore materiale del feroce atto di terrorismo: si chiama Paolo Bellini, un nome già noto negli ambienti della destra eversiva e della criminalità mafiosa. È corretto aggiungere che siamo al primo grado di giudizio e che Bellini, come qualsiasi altro cittadino, può essere definito colpevole solo dopo una sentenza passata in giudicato. È certo, comunque, che la procura generale di Bologna ha raccolto una mole impressionante di materiale inedito, compreso un filmino girato da un turista tedesco poco prima dell’attentato. In questo video Bellini è stato riconosciuto anche dalla moglie: in una parola, sembra difficile negare la sua presenza alla stazione nel giorno e nell’ora dell’attentato.   

Il processo di primo grado si è concluso il 7 aprile di quest’anno, con la condanna all’ergastolo di Paolo Bellini, ma già ora si è fatta piena luce sui mandanti che guidarono a distanza la mano degli esecutori materiali. Oltre a Bellini: Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, dei Nuclei armati rivoluzionari (NAR), all’epoca la punta di lancia dell’eversione di destra, condannati all’ergastolo in via definitiva nel 1995; Luigi Ciavardini, condannato in via definitiva all’ergastolo nel 2007, e Gilberto Cavallini, condannato all’ergastolo in primo grado nel gennaio del 2020, anche essi appartenenti ai NAR.

I magistrati della procura generale di Bologna, Alberto Candi, Nicola Proto e Umberto Palma, hanno raggiunto la convinzione che gli architetti della strage siano il capo della loggia massonica segreta P2, Licio Gelli, il finanziere della P2 Umberto Ortolani e l’ex capo dell’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno, Federico Umberto D’Amato, anche egli affiliato alla loggia di Gelli. Coadiuvati dal giornalista Mario Tedeschi, tessera P2 numero 2127. Tutti, ormai, defunti. Eppure, malgrado gli sforzi di questi magistrati e degli avvocati di parte civile, Andrea Speranzoni e Andrea Cecchieri, permangono ancora domande senza risposta. Il presidente Mattarella ha pronunciato parole che esigono una replica: «La memoria è anche sostegno a non dimettere gli sforzi per andare avanti e raggiungere quella piena verità, che è premessa di giustizia». Il presidente ha riconosciuto l’impegno dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna, e del loro presidente Paolo Bolognesi: è grazie ai loro sforzi – ha detto il capo dello Stato – che è stato finalmente introdotto nel nostro ordinamento giudiziario il reato di depistaggio, uno strumento prezioso a disposizione della magistratura. I giudici hanno ricordato che l’azione di depistaggio e inquinamento delle prove ha ritardato e confuso il cammino della giustizia.

E tuttavia, è utile ripetere che non siamo all’anno zero nell’accertamento della verità. Al termine di un cammino giudiziario lungo e complicato, sono emerse clamorose novità sull’attività della loggia P2. Una, in particolare, colpisce gli inquirenti: il fiume di dollari che è servito per finanziare la strage è stato sottratto da Gelli e Ortolani alle casse del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

E non ci si ferma qui. Dall’esame delle carte, si è avuta la conferma che il numero degli affiliati alla loggia segreta non combacia con l’elenco degli iscritti sequestrato a Castiglion Fibocchi il 17 marzo del 1981 dai giudici Gherardo Colombo e Giuliano Turone. Gli iscritti reali sono molti di più dei 962 conosciuti. Dai documenti e dalle testimonianze esaminate, si calcola che il loro numero non possa essere inferiore ai 2.500. Tina Anselmi, la presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2, nella sua relazione finale al Parlamento del 1984, aveva messo in dubbio la completezza degli elenchi sequestrati presso la ditta Gio.Le di Castiglion Fibocchi, definendoli autentici, ma incompleti. È lecito coltivare il dubbio che la rete piduista abbia continuato a operare nell’ombra ben oltre il 1981. Naturalmente, bisogna tener conto dell’anagrafe, che ci dice che gli iscritti di allora, quarantuno anni dopo, potrebbero essere, almeno in parte, deceduti. Come del resto è accaduto per i mandanti della strage.

L’anno scorso, per ricordare il quarantunesimo anniversario della strage di Bologna, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha voluto compiere un gesto concreto, firmando una direttiva che dispone la declassificazione e il versamento anticipato all’Archivio centrale dello Stato della documentazione sulla loggia massonica P2 e sull’organizzazione Gladio, conservata presso gli archivi dei Servizi segreti e dei ministeri.           

Anche il Parlamento dovrebbe fare la sua parte, continuando a declassificare la documentazione segreta custodita presso gli archivi delle commissioni parlamentari di inchiesta, e, soprattutto, rendendo realmente fruibile quella, imponente, di natura pubblica. Magari facilitando l’accesso alla consultazione da parte di tutte le associazioni dei familiari delle vittime delle stragi, dei magistrati e degli studiosi. I processi, sia pure a fatica, si sono svolti o si stanno svolgendo. Mandanti ed esecutori delle stragi sono stati chiamati a risponderne alla giustizia. E tuttavia non basta per chiudere una delle pagine più nere della storia del nostro Paese. Il ministro della giustizia, Marta Cartabia, ha saputo cogliere il problema che ora ci coinvolge tutti: «Occorre trasmettere la memoria di quanto accaduto alle nuove generazioni, perché la consapevolezza civile è la migliore prevenzione a ogni eventuale tentativo di degenerazione della nostra convivenza civile in forme di odio e di violenza che non vogliamo più vedere».  

 

Immagine: Murale in memoria della strage di Bologna realizzato nel 2021 dal Collettivo FX sulla sede della Protezione civile a Sarmato, in provincia di Piacenza, in collaborazione con l’associazione Serendippo, l’Assemblea regionale, il Comune e la Protezione civile di Sarmato (dalla pagina Facebook del Collettivo FX)

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