11 settembre 2015

La tristezza rende il mondo più grigio

Non è soltanto una metafora: uno studio scientifico descrive infatti come gli stati emotivi depressivi siano in grado di alterare la percezione fisica dei colori. Insomma, chi avverte maggiormente la tristezza risulta meno accurato nell’identificazione dei colori sull’asse blu-giallo rispetto a un soggetto felice o emotivamente neutro.

«I nostri risultati dimostrano che l’umore e le emozioni possono influenzare il modo in cui vediamo il mondo circostante», commenta Christopher Thorstenson, psicologo presso la University of Rochester e autore della ricerca pubblicata sulla rivista Psychological Science. «Il nostro lavoro fa progredire lo studio della percezione, dimostrando come la tristezza danneggi specificatamente i processi visivi di base coinvolti nella percezione del colore». Per arrivare a tali conclusioni, lo studio si è avvalso della partecipazione di 127 volontari, ai quali è stato chiesto di sottoporsi prima alla visione di un filmato “triste” oppure di uno “divertente” (i cui effetti emozionali erano stati confermati da uno studio precedente) e soltanto in seguito a un test visivo composto da 48 campioni di colore desaturato, con lo scopo di indicare se ogni campione fosse rosso, giallo, verde o blu. In questo modo i ricercatori hanno potuto constatare che i volontari sottoposti alla visione di un filmato “triste” risultavano meno precisi nell’identificazione corretta della tipologia di colore: tale imprecisione si estendeva però soltanto sui colori dell’asse blu-giallo, mentre non è stato possibile riscontrare alcuna variazione nella percezione dell’asse rosso-verde. Risultati confermati da un secondo studio, che ha coinvolto 130 partecipanti. «Siamo stati sorpresi da quanto fosse specifico l’effetto causato dalla visione di questi filmati, e che i colori compromessi fossero soltanto quelli posizionati lungo l’asse blu-giallo. Non avevamo previsto questa specifica scoperta, anche se essa potrebbe darci indicazioni preziose per comprendere il funzionamento del neurotrasmettitore», afferma Thorstenson. «Si tratta di uno studio nuovo e avremo bisogno di tempo per determinare la robustezza e la generalizzabilità di questo fenomeno, prima di poter stabilire eventuali collegamenti alla sua applicazione».

 


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