6 giugno 2019

Ladri di ozono

L’assottigliamento dello strato di ozono, il cosiddetto buco dell’ozono, che si è cominciato a osservare negli anni Ottanta nei mesi di settembre e ottobre nella zona antartica, è stato uno di quei capitoli della recente storia umana che sembrava, grazie all’attenzione prestata dalla comunità internazionale a quanto indicato da quella scientifica, quasi risolto. Le prime osservazioni di tale fenomeno risalgono al 1984, quando fu rilevato dalla stazione antartica giapponese Syowa, e poi ancora l’anno successivo in quella di Halley Bay. Il fatto che l’anomalia si presentasse solo nell’emisfero Sud e solo durante la primavera antartica costituì un problema non facile da risolvere, e all’epoca si discusse ampiamente se le cause fossero d’origine naturale o antropica. Tuttavia, la gravità del fatto fu riconosciuta internazionalmente già nel 1985, in una Convenzione dell’UNEP (United Nations Environment Programme), e diversi Paesi, tra cui l’Italia, nel 1987 sottoscrissero un protocollo, firmato a Montreal e operativo dal 1989 (poi reso negli anni sempre più rigoroso), che li impegnava a bandire gli usi superflui di CFC, i clorofluorocarburi largamente utilizzati come propellenti per aerosol, come agenti refrigeranti e nella produzione di alcune plastiche, considerati tra i maggiori responsabili: in tal modo, benché lentamente, il processo di assottigliamento è stato fermato, e a oggi sembrava scongiurato; fino al 2012, infatti, la concentrazione di CFC era diminuita di circa lo 0,8% all’anno.

Tuttavia, purtroppo, una recente ricerca compiuta dall’Università di Bristol desta nuove preoccupazioni: non perché la strada intrapresa fosse scorretta, ma perché qualcuno, in barba ai trattati internazionali, ha smesso di percorrerla. A partire dal 2013, infatti, il tasso di calo è rallentato, facendo supporre dunque che le emissioni siano illegalmente riprese. Per individuarne la fonte, è stato necessario allestire una nuova rete di rilevazione, collocata in diverse aree di Nord America, Europa, Australia meridionale, Corea e Giappone, e il risultato sembra ai ricercatori inconfutabile: le nuove emissioni provengono in maggioranza dalla Cina orientale, e in particolare dalle province di Shandong e di Hebei. Di recente, in effetti, il governo cinese aveva individuato e chiuso alcuni impianti illegali, ma evidentemente servirà, da parte delle autorità, un’azione ancora più vigorosa.


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