07 febbraio 2017

Laocoonte, la verità di un antieroe

Era il 14 gennaio del 1506 quando, in uno scavo sul colle Oppio a Roma, nei pressi della Domus Aurea di Nerone – così come si scava con il pensiero nei ricordi – fu portato alla luce, in tutta la sua magniloquenza, il “Gruppo Scultoreo del Laocoonte”. All’esplorazione, che era stata preventivamente annunciata in città come preludio di un’epifania, assistettero Michelangelo e Giuliano da Sangallo; i due artisti erano gli occhi e la curiosità del papa, Giulio II della Rovere, che subito intercedette tra gli interessati per accaparrarsi l’opera e portarla nel suo giardino, dov’è ancora oggi, nel Cortile delle Statue ai Musei Vaticani. La verità difesa dal sommo pontefice era di conservare quell’autentica opera esempio di scultura greco-romana.

Da quel giorno in poi la statua del Laocoonte è tornata a specchiarsi nell’anima dei visitatori, a rappresentare quell’intelligenza figurativa che fa trattenere il fiato. Incantati percepiamo l’acume della bellezza classica come aulica rappresentazione estetica di un aureo ideale etico: “kalos kai agathos” (bello e buono). Del resto, osservare significa proprio recuperare la tensione che ha sempre tenuto insieme l’uomo e l’opera.

La scultura, anche nel pathos del dolore, evoca una serena compostezza. Niente ci fa orrore. Tutto è armonia e razionalità. La sofferenza del Laocoonte non è debolezza, la sua lancinante contrizione è silente, la sua pena è composta, soffre il dolore dei giusti; lucido disincanto del senso tragico dell’esistenza.

L’istante sublimato nel marmo blocca un movimento e lo consacra all’eternità: Laocoonte continuerà a divincolarsi, i serpenti – animali terreni – continueranno a stringere i corpi nelle spire, i muscoli in una tensione ideale continueranno a irrigidirsi, gli sguardi accigliati dei tre personaggi si cercano come a voler trovare la forza negli occhi dell’altro. Tutto è spettacolarizzazione: eros et thanatos (amore e morte).

Potremmo concentrarci sulle fonti, individuare i modelli, supporre quali artisti furono stati influenzati alla vista del gruppo del Laocoonte. Ma chi è Laocoonte? Perché la sua morte è stata scolpita? Come mai la sua immagine ci sembra quella di un eroe e il suo dolore non ci fa orrore! Piuttosto, sentiamo compassione e tenerezza. Presagiamo che patisce una costrizione sacra, propria dei martiri. La sua oppressione è più un movimento dell’anima, una deposizione, un conciliarsi con il mondo.

La più nota versione del mito di Laocoonte è narrata da Virgilio nel II Libro dell’Eneide, l’episodio è collocato all’interno del racconto di Enea alla regina Didone sulla sconfitta di Troia. Dobbiamo quindi spostarci con gli occhi e con la fantasia su quella spiaggia, sotto le mura di Troia. Dopo dieci anni di assedio, quel giorno non si sentivano più ordini né urla, non c’erano lacrime né sangue, la calma era irreale, non c’era voglia di uccidere né chi uccidere, solo il fumo di tizzoni abbandonati rigava il cielo, sulla spiaggia restavano le buche vuote delle tende appena levate, più lontano, un mastodontico cavallo di legno se ne stava immobile. Dietro di lui, un uomo che correva e urlava, quell’uomo, o meglio quel sacerdote di Apollo, era Laocoonte, che a squarciagola ammoniva i suoi concittadini di non introdurre il cavallo nelle inespugnabili mura di Troia, di temere i doni dei Danai, e di non sottovalutare l’astuzia di Ulisse, insomma di diffidare!

Ma le sue parole erano di troppo, anche per gli dei che inviarono dal mare due serpenti a soffocare la sua verità e quella dei suoi figli. Per Laocoonte non c’era una storia da raccontare, nessun Omero o Virgilio aveva gesta gloriose da fargli compiere.

La sua morte però non è finita nei rifiuti del tempo, la scultura ha reso giustizia alla sua voce: oggi ricordata come parabola di verità. Perché l’arte non è soltanto conoscenza teorica, ma anche saggezza pratica di vita; è perciò di fondamentale importanza recuperare la funzione delle opere per tutelarle, imparare ad amarle e a capire perché sono belle.

 


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