19 marzo 2021

Latitudine 0°, di Marco Lapenna

Fra le pagine del commento che Jung scrisse per l’edizione curata da Richard Wilhelm de Il segreto del fiore d’oro, un antico testo cinese nel quale l’aspetto yogico e quello alchemico sembrano essere indissolubilmente intrecciati, compare nel bel mezzo del capitolo intitolato La manifestazione della Via l’immagine di un saggio la cui figura, assorta in meditazione, è sormontata da una sorta di embrione che sembra prendere forma esattamente da sahasrāra, il chakra culminante che si rappresenta come la corolla capovolta che copre la calotta cranica, ove avviene ciò che, con un fulminante accostamento proposto da Joseph Campbell, Meister Eckhart avrebbe definito «l’ultimo e supremo abbandono, che è insieme un prendere: lasciare Dio per Dio». È in questa prospettiva che Hui Ming Ching (questo il titolo originale del trattato cinese) interpreta questa dinamica, tradotta da Jung, nel suo linguaggio, come l’incontro della ristretta coscienza individuale con l’immensa vastità dell’inconscio collettivo: «Ogni singolo pensiero diventa immagine e si rende visibile in colore e forma. La forza globale dell’anima dispiega le sue orme».

In questo modo, sarà possibile avvicinarsi anche al calco, al negativo di questo processo; alla dinamica che nell’inconscio riconosca una cattiva infinità, del tutto affine a quella che Aristotele definiva potenziale (postulante sempre qualcosa oltre il momentaneo limite, senza mai fine), la quale non potrà sottrarsi all’identificazione con l’inestinguibilità del desiderio, con quell’insaziabilità che trova, in Leopardi e Michelstaedter, vivida rappresentazione: il parto di sahasrāra, perciò, non sarà più culmine, bensì eterna ripetizione animata dal piacere.

È una melodia, quest’ultima, di cui l’atmosfera con la quale Marco Lapenna intride Latitudine 0°, il suo pregevole esordio letterario pubblicato da 66thand2nd, risuona profondamente, sebbene depurata, almeno in superficie, da qualsiasi gnosi o slancio palingenetico; i quali, nella nostra epoca, rischiano sempre di apparire, se maneggiati da mani inesperte, come opulente scene teatrali, ricche solo grazie alla prospettiva, alla distanza da cui vengono osservate; al contrario, l’autore gioca il suo libro in un contesto debitore del realismo fantastico, creando un mondo dove meraviglia e stracci, magia e polvere possano convivere. Dove, altresì, tutti gli stilemi del romanzo di avventura, dai classici fino alle ultime propaggini del fumetto (non solo nella sua espressione più nobile, quella di Corto Maltese per intenderci, ma anche in quella più meramente pop), costituiscono l’impalcatura al cui interno si muovono i personaggi della storia.

Sulle tracce della donna amata, Carvajal si avventura da una Città del Messico invernale e silenziosa verso uno di quei luoghi che Robert Macfarlane, in una pagina di Underland, ricorda essere tradizionalmente chiamati sottili: membrane dove il passaggio a una dimensione allotria è più semplice, sfarinandosi quelle leggi della realtà fenomenica cui gli esseri umani sono normalmente sottoposti per lasciare spazio a dinamiche apparentemente impossibili e incompatibili: come quella, che poi è il perno attorno al quale ruota il mondo della giungla nel quale i percorritori del romanzo sono immersi, di materializzarne desideri e inclinazioni in una figura embrionale del tutto affine a quella del saggio cinese ricordato in principio, non fosse per la fame cannibalica che ne innerva la vita; l’opposto, in buona sostanza, della quiete raggiunta dal

praticante di Hui Ming Ching. Un regolamento estremamente rigido impone agli abitanti della giungla di non approfittare dell’energia altrui, sebbene la tensione perenne fra le varie colonie che ne costellano il territorio e una furibonda rivolta contro il Reggente saranno responsabili dello sgretolamento del tessuto debole e imprevedibile di quel mondo, attraverso una sorta di violento rito di passaggio.

Si diceva, poco fa, del tono saporoso nel quale Lapenna declina le sue pagine quando si mantiene a distanza dalla seriosità: sarà infatti in quei passaggi dove esso si inspessisce, tentando un po’ vanamente di acquisire maggiore interiorità psicologica, a non raggiungere il proprio obiettivo e a divenire più fiacco e macchinoso; al contrario, quando resta fedele alla propria colorata, composita superficialità, a quel fascino per il meraviglioso fatto di stupore e avventura, risulterà sempre convincente e divertentissimo. È una sorta di iocari serio, il suo, che rovescia l’infinita tristezza della quotidianità attraverso lo specchio, in un cosmo che sembra vivere degli scarti, della marginalità che il mondo nel quale ci muoviamo produce. Che testimonia, con quel gusto di cui si diceva, di quel mutamento dello spazio interiore che proprio nelle liminalità, esistenziali quanto letterarie, oggi trova la propria ragione più paradossalmente determinante: attraverso una rinuncia alla cogenza, sfarfallando in un mondo alternativo a quella forma mentis a tal punto scontata per il lettore da apparire invisibile e non determinata.

Sarà perciò, in questa prospettiva, importante auspicare la maturazione della scrittura di Lapenna, che talvolta, in particolare nell’ultima parte, appare poco più che ancillare all’intreccio, non trovando quella fusione raggiunta invece nelle pagine più felici del romanzo, quell’intreccio ove forma e contenuto non siano aristotelicamente scindibili, bensì trovino la loro fisionomia in un movimento perpetuo, incessante, in una mobilità espressiva, insomma, che la meraviglia avventurosa messa in gioco dall’autore innerva inesorabilmente, attraverso la creazione di un profilo corrispondente, in qualche misura, a quell’Unus Mundus di cui tanto si è scritto, ma evocato e plasmato nella sua versione lieve e giocosa.

 

Marco Lapenna, Latitudine 0°, 66thand2nd, 2021, pp. 256

 

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