08 marzo 2017

Lavoro in movimento, in mostra a Bologna

Negli ultimi decenni i grandi reportage sul mondo del lavoro e dell’industria sembrano preferire la narrazione filmata agli scatti fissi che hanno segnato la storia della fotografia del XX secolo. Oggi i testimoni della realtà sono i video, l’obiettivo  della telecamera riesce a raccontare in modo diretto gli infiniti cambiamenti a cui stiamo assistendo. Alla Fondazione Mast (Manifattura di arti, sperimentazione e tecnologia) di Bologna, fino al 17 aprile, la mostra “Lavoro in movimento - Lo sguardo della video camera sul comportamento sociale ed economico” a cura di Urs Stahel (catalogo Mast). Attraverso video, installazioni, l’analisi della trasformazione del lavoro e della produzione.

14 artisti internazionali guardano le attività manifatturiere e artigianali, le nuove dinamiche di relazione nell’era digitale, l’altissima qualità e la produzione di massa. Un dialogo fra il lavoro robotizzato e quello dell’uomo, il profitto e la creatività. «Viviamo in tempi in cui la realtà è una dimensione in movimento, la percepiamo come un insieme di piani paralleli che si affiancano, si susseguono, si sovrappongono», spiega il curatore: «La mostra ne traccia un resoconto visivo attraverso una selezione di video che si configurano come piccole galassie, nelle quali la singola opera ha un valore autonomo ma trova il suo significato, soprattutto, in relazione alle altre, di cui diventa di volta in volta commento, critica, o tacita risposta. L’intensità spesso toccante, la forza e la ricchezza di queste immagini in movimento restituiscono con forme, meccanismi narrativi e linguaggi visivi diversi, l’evoluzione del mondo del lavoro e della nostra vita». Harun Farocki e Antje Ehmann si ispirano a uno dei primi film mai realizzati “La sortie de l’usine Lumière à Lyon” (1895) nel quale i fratelli Lumière mostravano in una sola inquadratura operai e operaie all’uscita della fabbrica. I due videomaker hanno girato novanta video in quindici città diverse intitolandoli “Labour in a Single shot”, i filmati con un unico piano sequenza mostrano il lavoro retribuito e non retribuito, tradizionale e contemporaneo, il tutto in una doppia prospettiva: individuale e sociale.

Yuri Ancarani propone tre video in cui i protagonisti svolgono un lavoro estremo o particolare. Un chirurgo è intento a operare con il sistema Da Vinci, l’azione fra macchina e corpo, mentre il direttore delle cave di marmo di Carrara fornisce ai suoi dipendenti indicazioni precise per non correre rischi. Nell’ultimo la discesa sottomarina di tecnici e studiosi. Il lavoro manuale, le azioni meccaniche degli impiegati in ufficio e l’ipertecnologia sono nell’opera di Ali Kazma, che come Ancarani si concentra sul ritmo del lavoro e dei lavoratori.

L’irlandese Willie Doherty riprende a Belfast un palazzo per uffici disabitato da anni per colpa della crisi e monta una sequenza di foto come volesse ridargli vita. A Taiwan nel 2000 crolla l’industria tessile e centinaia di operaie vengono licenziate. Alcuni anni dopo l’artista Che-Chieh-jen le riporta nelle fabbriche, loro fingono di lavorare come se recitassero in una piéce teatrale muta: mimano i gesti di un lavoro che non esiste più.

Rifiuti elettronici compongono un’immensa discarica alla periferia di Accra capitale del Ghana e il fotoperatore Pieter Hugo l’immortala. Queste tre installazioni mostrano il lato più crudele della produzione, la globalizzazione che avanza e decide le sorti di un intero paese, il pianeta che soccombe all’emergenza rifiuti, l’inquinamento, la povertà. «È questo il prezzo del progresso?» si chiedono gli artisti.

Julika Rudelius propone “Rituals” e “Rites of passage” fra i video più sarcastici e intelligenti della mostra; nel primo alcuni ragazzi cinesi vendono stoffe parodiando i modelli della pubblicità che in Cina sono diventati un modello di vita. Nel secondo vediamo uomini che vengono introdotti dai loro mentori alle regole di comportamento della leadership. In “Oil & Paradise” il fotografo e geografo Ad Nuis viaggia fino a Baku, in Azerbaigian, sede dal 2005 del più grande oleodotto del mondo che va dalla Georgia alla Turchia, il benessere raggiunto dall’ex-stato sovietico è per pochissimi privilegiati. Oggi l’Azerbaigian è retto da una rigida dittatura, non ci sono diritti civili, una realtà che non troviamo sui giornali e che l’arte mette a fuoco inesorabilmente.

Il video intervista “JJA” di Gaëlle Boucand è il ritratto di un “profugo” francese della finanza, dalla sua proprietà blindata, in Svizzera, ci spiega le difficoltà che incontra, le diatribe con gli avvocati, la passione per gli impianti d’allarme, il terrore di essere derubato e truffato, le tante domande che si pone sul senso del denaro e su come amministralo. Sembra un film surreale, invece per alcuni questo è lo stile di vita.

Il percorso della mostra ha svariate sfaccettature e richiede attenzione, sta al visitatore trovare un proprio tracciato, fermarsi e interrogarsi su questo mondo inafferrabile e vero.

 

Lavoro in movimento - Lo sguardo della video camera sul comportamento sociale ed economico a cura di Urs Stahel Fondazione Mast (Manifattura di arti, sperimentazione e tecnologia) via Speranza, 42 – Bologna fino al 17 aprile - dal martedì alla domenica ore 10-19 ingresso gratuito catalogo Mast - www.mast.org

 

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