1 dicembre 2020

Le canaglie, di Angelo Carotenuto

Su c’è er Maestro che ce sta a guardà

Cantano i laziali allo stadio e il Maestro – è noto – è Tommaso Maestrelli («un antimago come mai ne sono nati. Non solo un allenatore, ma una balia, un padre, un capofamiglia, un turabuchi sentimentale, un fratello anziano, un uomo serio e un uomo buono, nella gran cagnara del nostro calcio adattatosi sui bluff di troppi maghi fasulli», p. 209).

Angelo Carotenuto nel suo romanzo Le canaglie, pubblicato da Sellerio, racconta proprio la Lazio del Maestro, la Lazio delle canaglie («Se con i miei ragazzi entri in armonia, vedrai, ti prenderanno l’anima. Sono canaglie, ma simpatici»), la racconta da un punto di vista speciale, quello del suo Marcello che, nel romanzo, si chiama Traseticcio, ma è ispirato a Marcello Geppetti, fotografo degli anni della Dolce vita che scattò immagini che hanno fatto il giro del mondo: il bacio tra Liz Taylor e Richard Burton a Ischia, per esempio, che segnò l’inizio della relazione più chiacchierata della storia del cinema, e quella di Anita Ekberg impegnata a scagliare frecce contro i paparazzi. 

Ma Geppetti non fu solo Dolce vita: seguì anche la cronaca più nera degli anni Settanta, di un Paese sempre sul punto di esplodere e che in TV guardava Carosello, Canzonissima e Rischiatutto, e seguì, appunto, anche la Lazio di Chinaglia, Wilson e Re Cecconi («Due cose nun me potevo perde: i Giochi senza frontiere d’estate il giovedì, l’allenamento della Lazio tutto l’anno il venerdì», p. 113). Traseticcio ha il cuore e l’occhio dei grandi (Carotenuto lo dice chiaramente alla fine del libro: «nelle pagine del romanzo parla spesso citando alla lettera e rielaborando pensieri e riflessioni di Cartier-Bresson, Sebastião Salgado e altri grandi fotografi, ricostruiti attraverso interviste e biografie») e la voce di un romano calibrata da un lettore affascinato dalla prosa dei giganti («Questo sfacciato argomentare spinge l’orecchio dei suoi “come conquiso turacciolo dal dolce filo di correntia verso a valle, verso dove chiama il profondo”, riscriverebbe l’ingegner Carlo Emilio Gadda se fosse ancora vivo qui fra noi, se non se ne fosse andato agli alberi pizzuti due giorni prima», p. 186). Carotenuto è un lettore che pesca nel lessico le parole che Traseticcio teme si stiano perdendo, insieme al suo mondo, e fa dire al suo fotografo pappolaro, callara, sbajoccava, ghenga, garbugliaccio e «traversone, detto altrimenti cross da quelli che conoscono pure l’inglese» (p. 22).

Nostalgia Chinaglia, come dicono i laziali, ma varrebbe anche una biancoceleste nostalgia, se il cielo di Roma fosse solo il nostro («Sei finito in un mondo che pensa di non avere niente di interessante da narrare, e che al suo interno custodisce una miscela fatta di senso di inferiorità verso la Roma e la fierezza di sentirsi incompresi. Siamo complessi, siamo come un terremoto che nessuno avverte», p. 135). Quel cielo che è caduto addosso in frantumi alla Lazio di Maestrelli che non è, e non fu, solo una squadra di calcio («questa ghenga di maschi che su un campo di calcio chiamano Lazio», p. 15), ma molto di più: è il calcio che si fa epica, mito e tragedia, che rispecchia la vita e l’Italia di quegli anni e si consegna all’immortalità. Come, purtroppo, alcuni dei suoi uomini: per sempre giovane resterò / per sempre giovane, canta Venditti alla Radio, mentre qualcuno spara a Re Cecconi; «Niente, Martini, vedrai che non succede niente. Credo che avremo vent’anni per sempre» (p. 231), rispondeva il Biondo non molto tempo prima al suo compagno di paracadute («Poi si lanciarono tenendosi per mano, diventando due puntini nell’aria in mezzo a un cielo che era celeste come la maglietta della Lazio», p. 162).

Quella Lazio spuntò nel firmamento del calcio rendendosi protagonista di un’incredibile ascesa e si dissolse nel nulla nel giro di pochi anni («Tu non lo senti all’improvviso tutto questo vuoto intorno? Lo scudetto sta già slittando nel gelo della storia», p. 230).

 

«Cecco, tu passami la palla, che se mi passi la palla io faccio gò!»

Così diceva, invece, il Chinaglia di Carlo D’Amicis di Ho visto un Re (se si scrive di un libro sulla Lazio non si possono non citare, almeno, il bel libro di Carlo D’Amicis e quello di Guy Chiappaventi, Pistole e palloni, pubblicati entrambi per Limina), così parla anche quello di Carotenuto de Le canaglie («dovete passarmi la palla e io faccio gol. Se no la serie A ce la scordiamo», p. 94): disgraziato e bambinone, spavaldo e fragile («Giorgione è sempre in compagnia di questa folle necessità di avere un nemico sia del bisogno fanciullesco di essere amato», p. 244), come lo vediamo nella foto in copertina in cui impugna un fucile (la foto, ovviamente, è di Marcello: quello vero).

Chinaglia è l’uomo della Lazio di Maestrelli («non c’è stato un calciatore italiano più gaglioffo. Umorale, balordo, strampalato. Intrattabile un giorno, l’altro felice. Litigioso, prepotente, all’improvviso mansueto e fragile, e insieme orapromé», p. 14), la Lazio dei cieli immensi, ma anche quella degli abissi più profondi: una Lazio che scendeva in campo con tutte le sue contraddizioni, dimenticandole davanti al pallone, in un Paese feroce («Oltre la finestra Roma se ne fotte, in tutta la sua bellezza assurda. Il potere è divertente, dice. Il potere si esercita nel buio», p. 39), come la folla dei tifosi che il Maestro domava con la sua quiete e la sua vita semplice («La vita che Tommaso difendeva dalle contestazioni, le lettere anonime, le minacce, gli eccessi di una città che ha sempre vissuto il calcio come ‘na patologia. La casa era un guscio a protezione della normalità. Perciò né all’epoca né a ripensarci adesso saprei dire come Tommaso sentisse il bisogno di adottare un quinto figlio. Eppure lo fece. Adottò Giorgione», p. 48).

Tommaso Maestrelli adottò Giorgio Chinaglia nell’Italia degli anni di piombo, delle pistole facili, della strategia della tensione, degli omicidi politici e dell’ascesa delle Brigate Rosse e Carotenuto la racconta tutta, cercando di non dimenticare nulla in una storia densa quasi quanto quella vera: quella di un gruppo di uomini sregolati e sgretolati che sposarono per sempre la leggenda nel giorno in cui questo Paese votava il referendum sul divorzio («Tre bambini piangono impauriti perché si sono persi tra la folla quando Ameri alla radio finalmente lo dice, dopo 74 anni, 4 mesi, 3 giorni e 90 minuti dal giorno in cui è nata la Lazio. Fine della partita. Sono le 17 e 45 del 12 maggio. La Lazio, che ha battuto il Foggia di misura e su rigore, è campione d’Italia», p. 227).

 

Fardelli d’Italia

Maestrelli adottò l’uomo che diventò nemico di tutti in Nazionale, Bisonte tormentato e Toro scatenato, il Gobbo che dai gobbi non volle andare mai («Casomai smetto di giocare», p. 99), figliol prodigo che era «cresciuto co’ la nonna e co’ gli occhi sulle nuvole» (p. 61), grido di battaglia e forza distruttiva, pupillo di un uomo saggio e profondamente diverso da tutti («Lina, la verità è che noi siamo gente di frittata», p. 232) e che seppe tenere insieme l’incontenibile: Luigi Martini aveva dichiarato apertamente di votare MSI, la Lazio era uno spogliatoio di pistole, professioni e credi politici contrastanti e Maestrelli («Ragazzo, tu lo sapevi che pure Maestrelli è comunista?», p. 50) li domava insieme a Padre Antonio Lisandrini («Padre Antonio è stato partigiano. Ha fatto la staffetta da Ancona a Fabriano, fra i combattenti clandestini e le famiglie. I tedeschi a quel tempo lo avevano braccato a lungo. Ora fa una sosta studiata. In fondo alla cappella spicca un uomo in abiti borghesi. L’unico che non sia un sacerdote: Tommaso», p. 90).

Quell’incontenibile gnommero, partiva proprio dal talento straripante e dalla personalità contraddittoria e nera di Long John: gorgo Chinaglia, il resto della storia è noto, quello che è successo dopo lo sappiamo tutti, la fine del divo che cantava I’m football crazy e finiva nelle canzoni (Mio fratello è figlio unico e  Il Vangelo secondo Chinaglia), un’autodissoluzione, quella di Re Giorgio, che iniziò da un terremoto in Nazionale («Con la mano fa cenno al ct Valcareggi, via via, che se ne vada dove sa», p. 233).

 

Non lo so forse è qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro

Diceva il protagonista di Febbre a 90° ed è quello che pensano un po’ tutti i tifosi di fronte alla richiesta di un dato di realtà che possa far credere anche a chi non vede, che certifichi il prodigio e la magia della fede calcistica: non si può, lo sai anche ora che è ormai scemata, in parte, dietro un calcio e un tifo troppo lontani dal tuo modo di stare al mondo. Ma la squadra di Maestrelli, quella sì, si può capire e amare anche senza essere laziali, ma da laziali – sicuro – è un’altra cosa. E, poi, era quella che tuo nonno vide allo stadio, ma non ha fatto in tempo a raccontartela per bene: puoi, però, guardarla come la guardava Maestrelli e consigliare a qualcun altro di conoscerla grazie a chi l’ha ricostruita, un centimetro alla volta, come ha fatto Carotenuto che ha scritto una storia che non è solo una storia per tifosi e amanti del calcio, ma una storia di tutti («Ma per convincere la gente accecata dalla rabbia» continuò Tommaso, «prima di tutto dobbiamo essere convinti noi. Per indicarle una prospettiva in cui credere, dobbiamo sapere cosa mostrarle. Il calcio è giocato da squadre che vogliono vincere e altre che vogliono incantare. Da cinici che puntano al risultato e da romantici a cui preme divertirsi. Per dire alla gente là fuori chi siamo, noi dobbiamo saperlo», p. 45).

 

Angelo Carotenuto, Le canaglie, Sellerio, 2020, pp. 364

 

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