4 aprile 2020

Le nostre lacrime e le loro

 

«Che oggi sia per tutti noi come la domenica del pianto», con queste parole papa Francesco ha chiuso l’omelia del 29 marzo nella cappella di S. Marta. Dopo aver ascoltato il brano del Vangelo di Giovanni sul pianto di Gesù dinanzi al sepolcro dell’amico Lazzaro, il pontefice si è chiesto: «Oggi, davanti a un mondo che soffre tanto, a tanta gente che soffre le conseguenze di questa pandemia, io mi domando: sono capace di piangere, come sicuramente lo avrebbe fatto Gesù e lo fa adesso Gesù?».

 

La domanda che ha rivolto a sé stesso colpisce e interessa un uditorio molto vasto, composto da credenti e non credenti. Persone che nelle ultime settimane non sono riuscite a trattenere le lacrime, vedendo le foto delle salme portate via da Bergamo con i camion militari o ascoltando in televisione l’aumento quotidiano del numero di morti per Coronavirus.

 

L’interrogativo del papa senza dubbio innesca una rapida immedesimazione tra il pianto di Cristo e il nostro pianto, anche se in realtà questa coincidenza non è così immediata. Perché il dio cristiano dovrebbe piangere l’amico morto, se già sa che poco dopo risusciterà per sua stessa volontà? E ancora: perché il dio cristiano dovrebbe piangere un morto, se la sua religione professa il raggiungimento della vera felicità solo dopo la fine della vita terrena?

 

Per ragioni politiche e religiose, i Padri della Chiesa hanno sempre vietato ai cristiani la possibilità di piangere i propri morti e di affliggersi nel lutto. Il divieto religioso si fonda su un principio di fede e di coerenza: secondo Cipriano, l’uomo che crede che il momento del trapasso sia l’occasione per liberarsi dai mali del mondo, con la promessa di pace perpetua e resurrezione dello spirito, non può certo addolorarsi per chi lo ha soltanto anticipato di qualche tempo nel viaggio ultraterreno.

 

Il presupposto politico, invece, è chiarito molto bene nel nuovo saggio della storica Sarah Rey, Le lacrime di Roma. Il potere del pianto nel mondo antico: i comportamenti e le pratiche del cristianesimo sono tutte costruite in antitesi ai comportamenti e alle pratiche dei romani pagani. Nel rito funebre i romani si strappavano le vesti e si disperavano per giorni? Al contrario, i cristiani manifestano un contenimento e un decoro imperturbabile. Quando muore sua madre Monica, Agostino non versa nemmeno una lacrima.

 

Ritorniamo, allora, al nostro quesito. Come si spiega Gesù che si commuove per Lazzaro?

«È un’astuzia», scrive Sarah Rey ricostruendo le argomentazioni di Giovanni Crisostomo, «per far comprendere che Dio si è fatto uomo: il miracolo della Resurrezione si avvicina, e Lazzaro ne è il fortunato beneficiario». È vero che il figlio di Dio piange, ma non lo fa indirizzandosi a Lazzaro. Non si affligge per la dipartita dell’amico, ma per la mortalità della condizione umana.  Il suo non è un pianto privato, ma un pianto universale.

 

Nel mondo romano, d’altro canto, una divinità che si presta alla commozione è un sicuro presagio di sventura collettiva. Se le statue che la raffigurano ‒ il principale medium per intercedere con la realtà terrena ‒ cominciano a lacrimare, significa che qualcosa è andato storto nel rapporto con gli uomini. Come nel 181 a.C., nella città di Lanuvium: prima dello scoppio di una terribile epidemia, Tito Livio racconta che la statua di Giunone Salvatrice fu rigata da un fiume di lacrime. Per scongiurare il nefasto prodigio con suppliche e preghiere, venne mobilitato addirittura un gruppo di matrone, nella veste di interlocutrici privilegiate della dea. A questo proposito Rey scrive: «Quando i romani tremano davanti alle statue in lacrime, perdono ogni pretesa di serietà e di autocontrollo. La loro emozione tradisce un dubbio, crea una breccia nella quale si riversa ogni riflessione sul destino di Roma e sull’amministrazione della cosa pubblica». Risulta facile capire adesso perché all’interno del contesto cristiano fenomeni simili vengano interpretati nel modo opposto. Ancora oggi.

 

Gli dèi dell’antica Roma, però, al tempo delle epidemie e delle calamità naturali, sapevano anche ridere e apprezzare l’arguzia dei loro devoti. Lo testimonia efficacemente il recente lavoro di Maurizio Bettini contenuto in Ridere degli dèi, ridere con gli dèi che riporta un divertentissimo aneddoto legato a Numa Pompilio, il secondo re romano.

 

Sulla città si abbatte una tempesta di fulmini, ancora una volta il popolo è affranto, terrorizzato dall’oscuro futuro che scorge su di sé. Numa riesce a stabilire un contatto diretto con Giove e subito gli chiede come poter espiare la folgore. Ne nasce questo dialogo, che leggiamo nella versione dei Fasti di Ovidio:

«“Taglia una testa [caput]” disse Giove; “Obbediremo”, rispose il re, “verrà tagliata una cipolla [caepam] cavata dal mio orto”. Ma Giove aggiunse: “Una testa d’uomo [hominis]”; ma Numa: “Avrai i suoi capelli [capillos]”. Il padre degli dei chiede allora un’anima [anima]; a lui però Numa risponde: “Di un pesce [piscis]”. Giove rise e disse: “La saetta della folgore la espierai dunque al tuo modo, o uomo non indegno di interloquire con gli dei”».

Dunque per i romani, pure nei momenti più difficili, è possibile ridere con gli dei senza essere sacrileghi. Anzi, la risata costituisce un canale di interlocuzione pari a quello delle lacrime.

 

Nei Vangeli Gesù non ride mai apertamente. E come abbiamo visto, nemmeno è possibile sostenere che pianga per qualcuno in particolare. Piangere come Cristo vuole dire, a questo punto, avere il coraggio di compiere un atto universale, avere la capacità di emergere dal dolore intimo e partecipare al dolore comune. Per chi ne è capace.

 

 

Bibliografia

 

Maurizio Bettini, Massimo Raveri, Francesco Remotti, Ridere degli dèi, ridere con gli dèi, il Mulino, 2020, pp. 248

Sarah Rey, Le lacrime di Roma. Il potere del pianto nel mondo antico, Einaudi, 2020, pp. 164

 

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