16 ottobre 2018

Le ossessioni di Andy Warhol in mostra al Vittoriano

Benvenuti nella sfavillante galassia di Andy Warhol, gremita da sofisticate cretinerie, vipere sulfuree e iconiche superstar. L’inconfondibile estetica che ha consacrato l’artista padre indiscusso della pop art questa volta si snoda in un vitaminico percorso espositivo nell’Ala Brasini del Complesso del Vittoriano di Roma (fino al 3 febbraio 2019). Le 170 opere brillano sotto i neon violacei che delimitano gli spazi delle sezioni – dalla musica allo star system – e hanno come unica protagonista la fama, musa incontrastata di tutta la produzione warholiana. Nel modus operandi di Andy Warhol il passo dal turgido erotismo di Marilyn Monroe all’aplomb austero di Mao Tse-tung è sempre stato breve, quanto quello tra le copertine degli album da lui create – dalla banana di The Velvet Underground & Nico del 1967, ai jeans di Sticky Fingers (1971) dei Rolling Stones – e il Vesuvius in cromatica eruzione, nato durante uno dei viaggi nella città partenopea. 

Nell’incontenibile flusso di immagini, perfino chi non ama l’espressività di Warhol soccombe e si fa scaraventare nel luna park della società dei consumi, da lui sempre degnamente omaggiata attraverso le scatole del detersivo Brillo, le serigrafie della lattina di minestra Campbell’s e dell’inconfondibile logo CocaCola perché, a detta di Warhol: «Quel che c'è di veramente grande in America è che il consumatore più ricco compra le stesse cose del più povero. Una CocaCola è sempre una CocaCola e non c’è quantità di denaro che possa farti comprare una CocaCola più buona di quella che l’ultimo dei poveracci sta bevendo sul marciapiede sotto casa tua. Tutte le CocaCola sono sempre uguali e tutte le CocaCola sono sempre buone. Lo sa Liz Taylor, lo sa il presidente degli Stati Uniti, lo sa il barbone e lo sai anche tu». 

Massificazione e consumismo sono per Warhol l’imperativo categorico di un neorealismo che ha reso brillante ogni superficie. Le luci accecanti, nel percorso espositivo al Vittoriano, sono relegate in una stanzetta – dedicata al ciclo Flowers del 1970 – in cui chi accede, scostando un pesante telo coprente, viene accolto da inequivocabili note rock e da un sovrannumero di fiori che si ergono da terra per riflettere motivi pop sulle pareti foderate da specchi. 

Sfrontato e a tratti autorevole, Andy Warhol, lo è sempre stato. A lui il merito di aver consegnato alla storia – nel 1968 – la profezia delle profezie, considerata la più inflazionata della storia. Durante una personale tenutasi al Moderna Museet di Stoccolma, infatti, l’artista assegnò per diritto 15 minuti di celebrità a ogni abitante del pianeta Terra. Aveva già ben intuito che un giorno il mondo si sarebbe arreso al potere seduttivo, subdolo e cinico dei nuovi media, e avrebbe così metabolizzato la sua affermazione per trarne esistenziale vantaggio. Sapeva che da lì a poco le nuove divinità sarebbero state le celebrità e che le nuove celebrità sarebbero state le persone comuni. Puntò soprattutto su questo insolito aspetto per sviluppare il concetto di fama; ma fu attraverso la rivista Interview – fondata nel 1969 – che Andy Warhol ne sperimentò l’esponenziale evoluzione. Tutte le celebrità in circolazione sgomitavano per ottenere anche soltanto un trafiletto sul giornale e per essere immortalate da lui in una delle sue leggendarie Polaroid. Non a caso, Interview diventò in tempi brevissimi il magazine più fascinoso in circolazione. Warhol fu il primo a capire che la gente non aveva più la religione come punto di riferimento – e neppure le famiglie reali o l’attempata aristocrazia –, ma cominciava a provare un insano interesse per quel “altro” che da lì a poco avrebbe invertito la posizione dei ruoli sociali, degli interessi e dei modelli di riferimento. 

Comprese soprattutto che la moltiplicazione del quoziente di fama avrebbe imboccato una deriva estrema, determinando il peggioramento del comportamento umano e la dequalificazione del gusto estetico. Nell’opera Thirteen most wanted men – una serie di ritratti realizzata nel 1964 con le foto segnaletiche degli uomini più ricercati d’America – con intuito pioniere Andy Warhol ha mostrato al mondo per la prima volta che gli autori dei delitti sarebbero diventati – attraverso il veicolo mediatico – immagini di consumo a getto continuo in una società sempre più all’insana ricerca di qualcuno a cui appassionarsi al punto da emularne le gesta. 

Questo è in breve Andy Warhol, l’artista poliedrico – sempre un po’ sul ciglio del baratro del cattivo gusto – che ha sperimentato prima d’altri la grafica al computer sul Commodore 64 (presente nelle sale del Vittoriano), che ha affondato la lama graffiante dell’ironia su tutto quel che gli passava davanti, che ha introdotto e alimentato il gioco impudico dell’irriverenza, valorizzandolo su tutti i sentieri della cultura pop per mostrare, beffardo, tutto ciò che sarebbe venuto dopo di lui.

 

Andy Warhol, Roma, Complesso del Vittoriano, fino al 3 febbraio 2019

 

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