13 maggio 2022

Le parole migliori

Pubblichiamo di seguito un estratto da Le parole migliori. Della libera espressione, di Daniel Gamper. L’autore presenterà il libro il 16 maggio alle ore 17, a Roma, presso la Sala Igea dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani.

 

Le parole pubbliche sono malate, giacciono sporche, pestate e vilipese, sospettate di contrabbandare menzogne camuffate da sincerità. Nelle democrazie, che dipendono da queste parole, le voci che più si sentono sono quelle che meno lo meritano. La deliberazione collettiva non riesce a canalizzare le parole che farebbero più abitabile il mondo; imperano invece l’entropia cacofonica e le camere d’eco, il rumore mediatico, la volgarità populista e la colonizzazione mercantilista del mondo linguistico della vita. Nel rumore civilizzato il potere distende la sua natura selvatica.

Questo giustificato lamento sul degrado delle democrazie appare sempre urgentissimo e lo è. Possiamo fare finta di non volerci scandalizzare delle truffe, manipolazioni, demagogie e barbarie del discorso pubblico, ma quando una pandemia illiberale assola il mondo, e non c’è – né ci sarà – un vaccino adeguato, soltanto gli spietati, i buffoni e i cinici continuano a ridere della normalizzazione della falsità.

Non dobbiamo, però, illuderci sulle possibilità di raggiungere una vera e propria civiltà linguistica. Le parole migliori non bastano per identificare e guarire il dolore umano. Sappiamo bene che i discorsi che hanno più valore sono quelli che meglio si scambiano nel mercato, quelli che servono agli interessi dei più potenti. Todo necio confunde valor y precio; l’etica e l’estetica sono moneta di scambio. Il mercato della parola minaccia anche la libertà. Non tutti ne hanno lo stesso accesso e sovente bisogna cambiare le condizioni materiali perché quelli ammutoliti dalla sopraffazione storica escano dal silenzio e trovino le parole nuove. Nella rete globale, dove si scambiano i messaggi che poi si riproducono nelle strade, nelle case, nei cortili delle scuole, ovunque, la maggioranza rimane nel lato del ricettore. Sono molti di più gli ascoltatori di quelli che parlano. Il problema allora non è tanto quello della libera manifestazione del pensiero quanto della libertà nell’ascolto. L’atto di parlare è posteriore all’atto di ascoltare. L’ascolto non è un’attività passiva, anzi, è un momento in cui tutti ci confrontiamo con il dovere civico di scegliere, da cui derivano conseguenze collettive. Rimane al cittadino, rimpicciolito da una connessione ubiqua, la libertà di selezionare le voci a cui concedere autorità, che meritano di essere ascoltate.

Non ci sono, certamente, criteri definitivi per identificare queste voci autorevoli. Lo spirito post-autoritario dei tempi diluisce tutte le parole in una massa informe nella quale non esistono segni ampiamente condivisi. Come identificare, quindi, quelle voci che faremmo bene ad ascoltare, che ci convincono con buone ragioni e a cui decidiamo liberamente di ubbidire? Non abbiamo altra opzione che accontentarci di risposte modeste, formali, democratiche. Dobbiamo prestare attenzione a quei rapporti che si aprono all’ascolto, che si modellano nella conversazione, nella cooperazione.

La conversazione democratica sussiste soltanto come orizzonte irraggiungibile dell’agire collettivo. Per farla emergere ci deve essere qualcosa in comune. Nelle società iper-pluralistiche questo comune tra i cittadini prova a sostenersi sulle impalcature dello stato nazione – la lingua, il territorio, la cultura – che resiste fragilmente nel mondo globalizzato. Al di là della nazione, il futuro della Terra che diventa inabitabile è il problema comune che ci costringe a una conversazione globale senza traduttori.

Le parole giuste, quelle migliori, come un po’ impudicamente ho intitolato questo libro, ovviamente non si trovano nel pubblico standardizzato, ma altrove, nei fenomeni quotidiani. Per sentirle non bisogna fare altro che fermarsi ad ascoltare come si parlano quelli che non soltanto condividono una lingua, ma anche l’aria, l’affetto e il destino. Questa parola si trasmette attraverso l’alito caldo che parlando espelliamo e senza il quale non c’è l’umano. Per fortuna, non tutte le parole sono in vendita. Possiamo prendere quelle che le circostanze, le inclinazioni, il coraggio o la paura ci consigliano. Basta guardare negli occhi il nostro interlocutore per sentire come con le parole possiamo carezzare un corpo da dentro, o ferirlo perché non ci importa, o perché ci importa troppo.

Le voci che esprimono dolore, gli accenni che commuovono e uniscono, non servono affatto alla vittoria, non servono a nessuno. La logica delle parole migliori non è quella della gara, della guerra. Parlare richiede orecchie che ascoltano liberamente, e che liberamente si mettono al servizio di qualcosa che soltanto appare nello scambio tra quelle e quelli che ascoltano e parlano alternativamente.

 

◊ Estratto da Le parole migliori. Della libera espressione, di Daniel Gamper, Treccani Libri, 2021. Per gentile concessione dell’editore.

Il 16 maggio alle ore 17, a Roma, presso la Sala Igea dell’Istituto della Enciclopedia italiana, l’autore presenterà il libro insieme a Emma Giammattei, Francesca Russo, Marco Russo e Augusto Guarino.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0