6 marzo 2019

Le trazzere: monumenti silenziosi

«Il marranzano tristemente vibra / nella gola al carraio che risale / il colle nitido di luna, lento / tra il murmure d’ulivi saraceni»: l’elegante e malinconico dipinto che Salvatore Quasimodo esegue per la Strada di Agrigentum ci porta ad immergerci nel mondo delle trazzere siciliane.

Cosa sono o cosa sono state le “trazzere”? Basta sfogliare il Vocabolario Treccani per leggere che il termine deriva “dal fr. ant. dreciere, dressière «via diritta», der. di drecier (poi dresser) «drizzare»” e che si tratta di una «via che attraversa i campi e serve al passaggio degli armenti» e che quelle regie erano «le antiche strade usate, come i tratturi pugliesi, per la transumanza dei greggi». Lo stesso Vocabolario ci ricorda una frase che Don Ciccio pronuncia all’orecchio di Teresina, la «cagna bracca» di Don Fabrizio Salina: «lo hanno trovato morto sulla trazzera che va a Rampinzeri, con dodicilupare’ nella schiena».

Nelle campagne girgentane, la trazzera era per Pirandello «la via mulattiera che traversava la collina, accavalcandola, e che serviva da scorciatoja agli operai delle zolfare, ai capimastri, a gl’ingegneri direttori, che dalla prossima città si recavano alla vallata o ne tornavano». Insomma, le “trazzere” come vie degli “ultimi”, qualcosa da dimenticare, di scomodo, così come si può sentire lungo le strade (asfaltate) siciliane. Una via polverosa, infangata o, ancora, da “redimere” (recentemente, un tratto della trazzera di Caltavuturo è stata “sistemata con colate di calcestruzzo” per diventare una bretella dell’autostrada Palermo-Catania). Questo sentimento, storicamente fomentato, ha portato addirittura a definire, nell’immaginario collettivo, la “trazzera” come qualsiasi strada non asfaltata.

Trazzera nei pressi di Castronovo di Sicilia (foto G. Labisi)

Eppure esiste qualcosa che salva le trazzere dalla “redenzione” moderna: «a tavula è trazzera», dicono alcuni siciliani, per ricordarci come le tavole, come le trazzere, siano i punti di incontro fra la gente, fra i popoli. A percorrerle, le trazzere hanno qualcos’altro da dire, qualcosa in più da raccontare degli impolverati libri, degli articoli di appassionati o di studiosi che le fanno risalire nondimeno alle antiche vie di transumanza dell’isola. Sì, a calpestarle, le trazzere, con i piedi infangati e impolverati, stando attenti a dove mettere i piedi, scansare un cespuglio, ramo o albero per non cadere, le trazzere ti dicono altro. Ti raccontano la Storia, non quella dei vincitori o degli studiosi, no. La Storia degli uomini e delle bestie che ogni giorno le percorrevano per necessità, perché così doveva essere, perché così si doveva portare il pane (se c’era) a casa. La Storia che non può essere narrata, che non può avere voce: le trazzere, monumenti silenziosi di se stesse.

Come un richiamo di sirene, le trazzere stanno richiamando a sé sempre più persone, invitandole a percorrerle. E così che in Sicilia, come nel resto del Paese, si assiste al fenomeno della rinascita di antichi cammini che rivalutano queste trazzere e che vorrebbero fossero un nuovo punto di partenza poeticamente impolverato, un nuovo momento di riscatto per il patrimonio culturale italiano. Dalle vie religiose a quelle “trasversali”, come la “antica trasversale sicula”, un cammino che percorre trasversalmente la Sicilia da est verso ovest, riconosciuto dal MiBAC nel 2018 come evento del patrimonio culturale europeo, e ricostruito sugli studi di Biagio Pace e di altri archeologi che l’hanno identificata come un’antica strada che collegava la greca Camarina ai principali insediamenti dell’isola. E se questi cammini nascono e si sviluppano, vuol dire forse che il richiamo del poeta Ignazio Buttitta «sduna pi li stratuna e li trazzeri, / chiama picciotti e vecchi jurnateri» (“scova per gli stradali e le trazzere, / chiama ragazzi e vecchi lavoratori di giornata”) ha destato in qualcuno la voglia di cambiare, pacificamente e dal basso, la percezione delle trazzere e del patrimonio culturale. Proprio come i muretti a secco che spesso le scandiscono, riconosciuti recentemente dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità, le trazzere sono un patrimonio monumentale di inestimabile valore, un monumento distrattamente giunto fino a noi che abbiamo il dovere di “calpestare” per farlo rivivere nuovamente.

Trazzera nei pressi di Licodia Eubea (foto G. Labisi)

Immagine di copertina: Trazzera sopra il Belice (foto G. Labisi)

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