15 luglio 2020

Leggere il Canzoniere di Petrarca nel Medioevo

 

Anche senza leggere un testo, oggi siamo portati a riconoscere la prosa dalla poesia a seconda della sua collocazione nella pagina. In realtà nei secoli passati non è stato sempre così. Limitandomi alla tradizione letteraria italiana, dalla fine del Duecento in poi nei codici la lirica era trascritta attraverso due fondamentali modalità: alla stregua della prosa, distinguendosi da quest’ultima per la presenza di una serie di punti metrici posti alla fine di ogni verso, oppure disponendo i versi dei componimenti su due colonne, separate da uno spazio. Per il suo Canzoniere, Petrarca optò per la seconda soluzione, curando con particolare attenzione l’impaginato dei testi, al punto che il manoscritto originale dell’opera, ovvero il codice Vaticano latino 3195 della Biblioteca Apostolica Vaticana, è stato definito come un testimone che registra una vera e propria “poetica grafico-visiva” (H. Wayne Storey). Tra le varie innovazioni, si segnala l’applicazione del modello a versi appaiati su due colonne (da leggere in senso orizzontale, passando dalla prima alla seconda) a tutti i generi metrici, quando in precedenza questo assetto testuale era riservato di regola solo al sonetto. Un’eccezione alla norma è tuttavia rappresentata dalla sestina, genere nel quale Petrarca propende per una lettura in senso verticale per evidenziare il ritorno delle stesse sei parole in rima lungo tutto il componimento. Queste peculiarità “autoriali” sono rispettate da un buon numero di testimoni dell’opera riconducibili agli ultimi decenni del Trecento.

Con i primi codici umanistici dell’inizio del secolo seguente, si viene però a delineare una crescente incomprensione dell’aspetto grafico-visivo dei Rerum vulgarium fragmenta che comporta anche il mutamento della disposizione dei versi. Indicativa a tale proposito è una nota presente nel manoscritto segnato 1088 della Biblioteca Riccardiana di Firenze: «Non mi piace di più seguire di scrivere nel modo che ò tenuto da quinci a dietro, cioè di passare da l’uno colonnello all’altro; anzi intendo di seguire giù per lo cholonello tanto che si compia la chanzone o sonetto che sia» (c. 27r). A seguito di questa chiosa, il copista abbandona la tipologia del passaggio laterale da una colonna all’altra, e passa alla disposizione a versi incolonnati, tipica dei codici dal Quattrocento in poi.

In realtà può anche capitare che in alcuni codici vi sia oscillazione tra le diverse modalità di copia, come ho avuto modo di individuare nel manoscritto Italiano 129 della Biblioteca nazionale Marciana di Venezia. Questo testimone, risalente ai primi decenni del XV secolo, si apre con una impaginazione “antica” con i versi su due colonne da leggere con andamento orizzontale, ma dal sonetto Se col cieco desir che ’l cor distrugge (Rvf 56) si passa senza alcuna avvertenza a una trascrizione dei componimenti in senso verticale. Questa nuova disposizione trova spazio fino ai primi versi del sonetto Che fai, alma? che pensi? avrem mai pace (Rvf 150), ma dalla seconda parte del componimento alla fine del Canzoniere si torna alla precedente impaginazione, anche se, diversamente dalle prime carte del codice, la sestina risulta assimilata agli altri testi, venendo a perdere la peculiarità verticale dei suoi versi.

Nella vasta tradizione manoscritta che tramanda i Rerum vulgarium fragmenta, la filologia dovrà pertanto occuparsi non solo dell’ordine dei testi all’interno dell’opera, nella gran parte dei casi differente dalla vulgata odierna, ma anche del modo in cui i copisti decidevano di esemplare i testi e di come questa impaginazione fosse percepita dai lettori del tempo.  

 

Immagine: Il Canzoniere di Francesco Petrarca, manoscritto su pergamena. Mostra temporanea presso la Biblioteca nazionale di Napoli (30 settembre 2016). Crediti: Carlo Raso [Public Domain Mark 1.0], attraverso www.flickr.com

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