9 agosto 2020

Leggere, riconoscersi, comprendere

 

Nascere in una casa senza libri può essere considerata una grande sfortuna oppure una straordinaria occasione. In entrambe le circostanze, ogni volta che un libro supera l’ingresso di casa, viene accolto come un’anomalia: per alcuni inquilini è un ulteriore peso del mobilio, una provocazione che mina l’ordine già precario delle mensole; per altri, invece, il nuovo arrivato è sempre una conquista attesa e desiderata, un volume che da tempo si osservava in libreria o su Amazon, e adesso si trova incredibilmente sul tavolo del soggiorno, pronto per essere letto. E nonostante sia stata una lettura voluta e sperata, continua a conservare il sapore dell’epifania, della scoperta imprevista, che ha la capacità di stupire e condizionare.

In realtà, a pensarci bene, “stupire” e “condizionare” sono verbi che assumono un significato strano se si usano oggi per descrivere le conseguenze, o le qualità, della lettura. Senza voler fare alcun tipo di ironia e senza indulgere nella retorica, è doveroso chiedersi: nell’agosto del 2020 un libro può ancora suscitare stupore? Con Netflix il nostro immaginario non è già sufficientemente nutrito? Da questi primi interrogativi sorge, poi, la domanda più irrazionale: in che modo leggere può condizionare la nostra vita? Perché leggere può condizionarci di più rispetto ad altri stimoli intellettuali?

In un’intervista del 2009 rilasciata a Tina Brown lo scrittore americano Philip Roth sosteneva che «il libro non può competere con lo schermo. Prima non poteva competere con lo schermo cinematografico. Non poteva competere con lo schermo televisivo e non può competere con lo schermo del computer. E ora abbiamo tutti questi altri schermi, e il libro non può sostenere il confronto neanche con questi». E concludeva dicendo: «Ma magari mi sbaglio».

Dopo undici anni, possiamo dire che il libro è riuscito a competere e a convivere con tutti questi altri schermi, almeno per due ragioni: la prima è il suo carattere anacronistico; la seconda, la facoltà di alimentare serene e felicissime ossessioni. Ma procediamo con metodo. Innanzitutto, l’anacronismo. Contrariamente a quanto si pensa, il libro impedisce la passività della ricezione. Tutte le nostre estensioni virtuali ci pongono come destinatari passivi, eccetto la lettura: “scrollare” gli aggiornamenti di Instagram e di Facebook, ascoltare musica su Spotify, guardare un film o una serie TV mentre si cucina o si fa il bucato, ci stanno abituando a una postura passiva e svagata che sarebbe impossibile replicare durante la lettura. La lettura obbliga a stare fermi, ostacola la possibilità di fare contemporaneamente qualcos’altro, ci induce a isolarci, a trovare uno spazio tranquillo, a rallentare il tempo del mondo di fuori per rintracciare il ritmo delle pagine che si sfogliano. Ogni libro che leggiamo innesca una discussione totalizzante con il testo: sottolineare, appuntare parole, frasi, scrivere a margine commenti e dissensi. Sembrano tutte esperienze opposte alla percezione che abbiamo del presente, eppure sono gesti che fanno parte di noi e continueranno a farne parte.

Potremmo dire che tra noi e i libri c’è un’affinità naturale, o meglio ancora un rapporto di serena e felicissima ossessione, di invasamento. Leggere, in effetti, vuol dire farsi abitare da una storia, da alcuni versi, da una riflessione da cui non riusciamo a separarci. Anche quando riponiamo il libro in borsa, la sua voce continua a suggestionarci come se fosse un rumore bianco, segnando l’andamento delle nostre giornate e il procedere dei nostri pensieri. È un processo di perenne metamorfosi, un modo per ibridare di continuo le nostre coscienze. Forse è scorretto dire che “siamo ciò che leggiamo”, ma con sicurezza si potrebbe sostenere che “siamo ciò che stiamo leggendo”.

Tutto quello che finora abbiamo detto, però, investe delle implicazioni molto più profonde. Perché è davvero difficile smettere di leggere, una volta che sono germinati in noi il piacere dell’anacronismo e il demone della lettura, ma prima di cominciare bisogna condividere, consapevolmente o meno, una certa idea di letteratura. Che è anche una certa idea di umanità ed è stata meravigliosamente esposta nel discorso che Orhan Pamuk tenne per il conferimento del premio Nobel nel 2006, intitolato La valigia di mio padre: «La mia fiducia viene dalla convinzione che tutti gli esseri umani si somigliano, che altri portano ferite come le mie e che quindi capiranno. Tutta la vera letteratura nasce da questa certezza fiduciosa e infantile che tutti gli individui si somiglino».

Allora, leggere è proprio questo. Prima di coltivare il gusto per l’anacronismo e farsi felicemente abitare dai fantasmi di qualche romanzo, leggere rispecchia la nostra esigenza di somigliare agli altri, di trovare comprensione nelle parole degli altri, di sapere che c’è qualcuno che possiede le nostre stesse ferite. Quindi la lettura è soprattutto un atto di fiducia nell’umanità che ci sta attorno ed è un modo per curarsi con le sue storie, il farmaco più efficace che sia mai stato scoperto.

Alla fine, risulta chiaro che non è possibile nascere in una casa senza libri. Che ci siano materialmente non importa, ciò che conta è che in noi cresca impellente la necessità di trovarli, e con essi trovare quella certa idea di letteratura e di umanità.

 

Crediti immagine: Foto di Pexels da Pixabay

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