19 luglio 2019

Letizia Battaglia, una fotografa contro la mafia

Intervista a Letizia Battaglia

Questa in realtà più che un’intervista a Letizia Battaglia è una conversazione con Letizia Battaglia. Sovvertire i canoni, per la fotografa italiana più famosa, è semplice. Lo fa con l’innata spontaneità con cui vive, lavora e fa politica. Non esistono convenevoli di facciata davanti a questa signora dai capelli tinti di rosa; le si dà del tu, come a una ragazzina curiosa e assetata di vita. Testimone di una pagina importante di storia di questo Paese, Letizia ha catturato con la sua Pentax k1000 e consegnato alla storia dell’arte fotografica immagini riuscitissime. Non è la fotografa della mafia, come spesso erroneamente viene definita; Letizia Battaglia è la fotografa contro la mafia. Lo ribadisce con fermezza prima di raccontarsi per evitare che la definizione le caschi addosso per l’ennesima volta. La fotografia per lei è molto più di un documento o di un’interpretazione:

«È semplicemente acqua dentro la quale mi sono immersa, per lavarmi e purificarmi. L’ho vissuta come salvezza, come verità».

 

Una lunga carriera iniziata a 37 anni, non per pura passione 

No, soltanto per pura necessità. Ero a Milano. Avevo lasciato Palermo e un marito benestante, rifiutando gli alimenti perché non sopportavo proprio l'idea di farmi mantenere. Mi guadagnavo da vivere facendo la giornalista. Mi sono così munita di macchina fotografica perché i miei articoli dovevano per forza essere accompagnati da qualche foto. Pensa che tra le primissime foto fatte, ne ho alcune addirittura di Pier Paolo Pasolini. Non sapevo proprio nulla di fotografia e tecnica, ma col passare del tempo ho preferito fare la fotografa perché mi ero innamorata del mezzo. Nel 1974 sono stata richiamata a Palermo dal direttore del giornale L’Ora, e ho incominciato così a fotografare tutto quello che avveniva in città: le scuole che crollavano, le partite di calcio, la ricchezza, la povertà, il dolore, i feriti e i morti. Ci sono tante emozioni dentro una vita, e io dovevo raccoglierle. 

 

Quando ti sei accorta di avere talento? 

Non mi sono mai sentita un’artista, ma una persona semplice che doveva lasciare tutto per correre a fotografare. Al giornale nessuna lode. Ero la prima fotografa donna a essere stata assunta in un quotidiano in Italia. Portavo le foto che accompagnavano i miei articoli, e venivano pubblicate, spesso addirittura male. Niente di più. Sapevo soltanto che mi piaceva fotografare, sempre con rispetto e intelligenza compositiva. I complimenti non li ricevevo. Dopo tanti anni è incominciata l’avventura in America, e lì mi assegnarono il premio Eugene Smith. A quel punto ho incominciato a capire che qualcosa c’era.

 

Senza girarci intorno, hai raccontato con le fotografie la cruda realtà palermitana

Sai, non ero l’unica fotografa sulla scena del delitto. C’erano altri colleghi. Però, a differenza loro, ho utilizzato le foto per fare delle esposizioni contro la mafia; per raccontare alla gente quanto “cosa nostra” fosse sporca, brutta e cattiva. Ci provavo, ma non avevo una grande coscienza. Quando Franco Zecchin e io facemmo – ognuno con le proprie foto – la mostra a Corleone pensavamo fosse un gesto giusto. Oggi, dopo tanti anni, risuona come un atto di coraggio perché ad andare lì, in terra di mafia, a presentare i loro morti ammazzati o i loro uomini arrestati, ci voleva davvero una forza immensa. 

 

Per esempio, la foto a Leoluca Bagarella?

Quella foto è il risultato di un gesto semplice. Non mi è mai interessato fare delle opere d’arte, volevo che il mondo sapesse che c’erano i malvagi, e che in Sicilia non eravamo e non siamo tutti mafiosi. Volevo raccontare i personaggi e le dinamiche di quella forza che ci stava sovrastando. La potenza della foto a Bagarella è data, non soltanto dalla sua espressione feroce, ma anche da me perché ho avuto il coraggio di avvicinarmi a lui. Ho sempre utilizzato il grandangolo che impone ovviamente una certa vicinanza al soggetto. 

 

Ti sei avvicinata talmente tanto che ti sferrò un calcio 

È vero, ma sono riuscita a schivarlo. Sono però caduta all’indietro. Quel suo gesto non mi turbò perché avevo già scattato la foto. Mi alzai di corsa e ne feci altre. 

 

Ricordi ogni situazione in cui hai scattato?

Quando rivedo alcune fotografie e alcuni negativi, ricordo attimo per attimo di quel passato. Sono stati anni in cui si veniva sballottati da una parte all’altra. Ovviamente non sapevamo nulla su chi fossero i capi e i mandanti. L’unica certezza era il dolore che tutti provavamo nel vedere la città di Palermo orfana delle sue persone migliori: politici, poliziotti, carabinieri, gente normale, donne e bambini; come quel ragazzino ucciso perché aveva visto in faccia i killer di suo padre. Sono stati anni orribili. Ricordo il 6 gennaio 1980. Ero in macchina con Franco Zecchin e mia figlia Patrizia. Notammo una piccolissima folla di persone in strada, e ci fermammo. La vittima di quell’agguato mafioso era il presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella. In quella foto c’è anche un signore con i capelli al vento, era suo fratello Sergio. Dopo le dichiarazioni di Tommaso Buscetta e degli altri collaboratori di giustizia abbiamo scoperto i nomi dei mandanti, degli affiliati e tutte le dinamiche della politica corrotta. 

 

A proposito, la fotografia che hai scattato a Giulio Andreotti insieme a Nino Salvo, nella hall dell’hotel Zagarella, è stata utilizzata come elemento probatorio nel processo che ha chiarito i suoi rapporti con “cosa nostra”

Quella foto brutta, mossa e orribile è stata acquisita dalla Direzione Investigativa Antimafia come prova determinante, sì. Andreotti è stato giudicato colpevole, ma poi è stato assolto per prescrizione di reato. Oggi i mafiosi non hanno più bisogno di avere collegamenti con i politici, sono dentro le istituzioni.

 

Hai fotografato perfino lupi travestiti da agnelli. Salvo Lima, per esempio, faceva mafia in nome dell’antimafia

Hai ragione. E pensa che l’ho fotografato addirittura davanti a un cartello sui cui capeggiava la scritta: “La DC contro la mafia”. Ci sono state donne e uomini che hanno disprezzato la mafia e lo hanno espresso con lealtà, altri purtroppo no. 

 

E ci sono state persone che occupano un posto importante nel tuo cuore. Fra tutte, Boris Giuliano

Era meraviglioso. Mi permise, di oltrepassare i cosiddetti limiti invalicabili per scattare le foto e documentare. Mentre gli altri mi ostacolavano in maniera insopportabile, lui impose la mia presenza: «La signora deve fotografare», e grazie a lui nessuno mi ha più respinto. Devo ringraziare tante persone per quello che hanno fatto. 

 

Oggi, non a caso, è il 19 luglio

Paolo Borsellino. L’ho amato molto, dopo la morte di Giovanni Falcone. In quei due mesi è stato un punto di riferimento, ha incontrato le persone in molte assemblee. Non diceva che lo avrebbero presto ammazzato, ma tutti sapevamo che il prossimo sarebbe stato lui. Non potrò mai dimenticare l’entusiasmo di tutti quei giovani che partecipavano ai suoi incontri. Borsellino era uno bravo, corretto e buono.

 

Hai amato soprattutto Giovanni Falcone

Dopo la sua morte la gente trovò il coraggio per uscire fuori. Ci fu una reazione forte e consolante in quel momento. Sai, mi è mancata la forza di scattare foto a Capaci e a via D’Amelio. Non ho fotografato né Giovanni Falcone né Paolo Borsellino. Cosa avrei dovuto fotografare? Quei luoghi dilaniati sembravano la fine di una società, con macchine sventrate volate sugli alberi, e brandelli di corpi ovunque. Fu una cosa bruttissima. Ero lì, avevo la macchina al collo, ma non me la sono sentita di scattare. Questo lo sento dentro come una colpa, un limite, perché un fotografo ha il dovere di fotografare. 

 

Hanno piena dignità anche altre tue fotografie. Le foto a Enrico Berlinguer, per esempio

Ho già capito dove vuoi arrivare, e allora ne approfitto per dirti subito che un gentiluomo come Enrico Berlinguer non esiste più. Siamo veramente orfani di rappresentanti di quel livello. Oggi sono tutti truffaldini, imbroglioni, crudeli e addirittura fascisti. Manca una persona perbene, dallo sguardo puro e con la forza dentro. Piangeremo ancora a lungo le conseguenze di questa cosa. È difficile che possano crescere persone come lui.  Ricordo che un mio amico svizzero con il quale stavo assistendo a un comizio di Berlinguer a Roma, in piazza San Giovanni, manifestava sofferenza perché geloso dell’entusiasmo popolare, della bellezza di pensiero e di quella fiducia che sapeva infondere. In Svizzera non avevano una figura come Berlinguer, e lui ci invidiava molto. 

 

Anche tu sei stata protagonista di esperienze politiche

Sono stata assessore con Leoluca Orlando, poi consigliere comunale e infine deputato. Essere assessore è stato il periodo più bello della mia vita perché potevo lavorare e spendere soldi per la mia città e intervenire sui desideri della mia gente. Fare il deputato, lo ammetto, non mi è piaciuto affatto perché non sono riuscita a fare niente. Ero soltanto un numero, impossibilitata ad agire perché tutto veniva deciso altrove. Ti dico una cosa: la politica non mi piace, la trovo crudele. Anche nei partiti di sinistra esistono ormai soltanto antagonismi e voglia di potere. La politica oggi è così decadente, così miserabile da non tenere neppure conto del fatto dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani. Dobbiamo darci una mano l’un l’altro se vogliamo essere felici, ma questo ai politici non interessa. 

 

 Però, a modo tuo, continui a fare politica

Certo, perché vivo da sempre in coerenza con tutto quello che faccio. L’impegno civile in me nasce dall’infanzia, da quando mi accorsi dell’esistenza delle ingiustizie sociali. Se scatto una foto, faccio politica. Se entro in un bar non gestito da mascalzoni, faccio politica. Se scelgo un determinato prodotto al supermercato, faccio politica. Dirigo da 23 anni una rivista femminista e il Centro Internazionale di Fotografia a Palermo.  In quel meraviglioso padiglione abbiamo ospitato – oltre ai più grandi fotografi del mondo – le fotografie realizzate dai ragazzi detenuti e dai ragazzi arrivati con i barconi. Abbiamo dato loro delle macchinette, e ognuno ha fatto la sua parte. Si fa politica anche operando con disciplina, intelligenza e cultura. Mi interessa cambiare la realtà in meglio. Ho fatto fotografie dentro un ospedale psichiatrico, lavorando con i pazienti, amandoli, curandoli, facendo con loro cinema e teatro. Anche questa è politica, così come spendere parte del proprio tempo con i giovani, stimolandoli a lottare per fare sempre di più. 

 

Hai fatto politica anche in strada, con la tua macchina fotografica, avvicinandoti alle persone più semplici. Uno dei tuoi scatti più famosi è quella bambina con il pallone che hai recentemente ritrovato dopo 40 anni

L’ho cercata per anni, ma non sono mai riuscita a trovarla. Mi sono così rivolta alla trasmissione Chi l’ha visto e sono finalmente riuscita a realizzare il mio sogno. Appena l’ho vista arrivare da lontano, il cuore mi batteva. Era una donna bellissima, alta, elegante, fine. Con un volto bello e buono. Mi emoziono ancora a pensarci. Vorrei poter incontrare tutte le bambine che ho fotografato; chiedere loro come stanno, se la vita è stata generosa o ha tradito le loro aspettative. 

 

Rivedevi la tua infanzia nelle bambine che hai fotografato? 

Ebbene sì. Ma l’ho scoperto soltanto quando ho capito che la fotografia per me non era soltanto immortalare il mondo, ma raccontare me stessa. A 10 anni ho vissuto un momento che ha creato una svolta nella mia vita. Tornammo da Trieste, dove vivevamo, a Palermo; un giorno – mentre giravo felice e spensierata per strada – ho incontrato un signore che si è aperto l’impermeabile per mostrarsi. Sono corsa immediatamente a casa per raccontarlo ai miei genitori. Si spaventarono tanto, e mio padre decise che non potevo più uscire da sola. Ho perduto così la libertà. Ecco, le mie bambine hanno negli occhi – così come lo avevo io – il sogno di un futuro libero, migliore, ricco di bellezza. La bambina col pallone in mano mi colpì profondamente perché aveva negli occhi la luce di un sogno ancora intatto. 

 

Hai fotografato bambine e donne. So che stai lavorando a qualcosa di nuovo che vedremo il prossimo anno

Sto lavorando al nudo femminile, sì. Tra un anno vedrete Palermo nuda. Mi è sempre piaciuto fotografare le donne – nude o vestite – perché trovo siano più poetiche. Sento di poter fotografarle meglio, rispetto agli uomini. Non mi attirano i muscoli, ma la leggerezza. 

 

La fotografia è ancora un’arma? 

La fotografia non cambia il mondo – né la mia fotografia, né quella degli altri – ma come un buon libro può essere una fiammella che illumina. Le rivoluzioni culturali e sociali le conducono le persone. La fotografia e la cultura sono fondamentali, ma non bastano. Niente può cambiare il mondo se non la propria coscienza. E poi si cerca di parlare alla coscienza degli altri. Non mi stanco a ripeterlo: oggi, soprattutto oggi, bisogna essere accoglienti, generosi, sinceri. Mi piacerebbe fotografare la disperazione dei migranti che sbarcano sfiniti dopo ore massacranti, per tentare proprio di smuovere qualche coscienza. 

 

Cosa ti fa indignare? 

Tante cose, ma soprattutto la vanità di alcuni politici ‘ché ultimamente influenzano molto le persone, innescando sentimenti di odio. Nella poesia i Canti Pisani, Ezra Pound dice: «Strappa da te la vanità». Ecco, è da decenni che io ho scelto questi versi per vivere e lavorare. E vorrei che chiunque scelga di fare politica possa spogliarsi della disumana vanità per pensare di più ai bisogni primari delle persone. Vorrei soltanto questo. 

 

Immagine: Letizia Battaglia e Franco Zecchin (Palermo, 1987). Crediti: Esculapio [GNU Free Documentation License, Versione 1.2 (Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported)], attraverso it.wikipedia.org

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