10 settembre 2015

Lettere dall'America di Salvemini, ebreo errante dell'antifascismo

Immergersi nei carteggi dello storico Gaetano Salvemini (1873-1957), «ebreo errante dell’antifascismo», è uno dei grandi piaceri della vita. Provate a mettere sul comodino queste oltre quattrocento Lettere americane 1927-1949, spulciando qualche missiva ogni sera. Davanti ai vostri occhi, si srotolerà la storia del nostro disgraziato paese vista da un esule riparato negli Stati Uniti: il consolidamento del regime fascista, l’Impero, l’assassinio dei fratelli Rosselli, l’imbocco del tunnel verso la seconda guerra mondiale, lo sbriciolarsi della dittatura, la pace difficile, in un mondo riscaldato dalle macerie fumanti. Ma, più di ogni altra cosa, brillerà la figura del liberal-socialista Salvemini, antitaliano per antonomasia.

In una landa naturaliter levantina come la nostra, dove il fior fiore degli antifascisti nel dopoguerra ha dovuto indossare un paio di ventose da uomo ragno per arrampicarsi sugli specchi e giustificare i propri cedimenti al fascio littorio, Salvemini resta uno dei rarissimi personaggi senza scheletri nell’armadio. D’accordo, non tutti possono essere eroi, soprattutto sotto un regime totalitario, e ogni biografia dovrebbe essere contestualizzata. Ma proprio per questo rifulge ancor di più il coraggio adamantino di un Salvemini, talmente autoesplicativo da non abbisognare di glosse e postille.

Forse oggi è difficile comprendere cosa significasse, per un professore universitario di cinquant’anni suonati (un’età non verdissima, all’epoca), dover abbandonare nel ’25 il proprio Paese, perseguitato dalle squadracce fasciste. Occorreva reinventarsi il mestiere, in una lingua ostica, elemosinando contratti d’insegnamento dalle università USA, non sempre propense ad accogliere a braccia aperte quanti fuggivano dall’Europa. Senza dimenticare che il fascismo era percepito alla stregua di un fenomeno eterno, quindi partire dall’Italia significava scegliere di morire in esilio.

Come osserva il curatore, Renato Camurri, questo carteggio – ben più ricco di una precedente silloge laterziana, limitata agli anni 1944-49 – rovescia una certa immagine stereotipata del Salvemini americano quale «monaco medievale», che trascorre il proprio tempo «tra il suo studio della Widener Library e la spartana stanza della Leverett House di Harvard, dove viveva tra libri e carte». In verità, Salvemini fu tutt’altro che un eremita. Nella sua intensissima attività di conferenziere e pubblicista, agì come un lobbysta dell’antifascismo, impegnandosi moltissimo per persuadere il Paese ospitante del pericolo incarnato dal regime di Mussolini (anche se, lamentava, «l’Italia non interessa a nessuno»).

Un aspetto invece confermato dalle presenti carte è il proverbiale caratteraccio di Salvemini, la cui vita, secondo Indro Montanelli, era stata un «cimitero di amicizie». Ma forse questo era il prezzo da pagare per la propria intransigenza, che non faceva sconti a nessuno. Basti leggere i durissimi giudizi confidenziali espressi agli amici su Filippo Turati («vecchio e piuttosto gagà»), Pietro Nenni («un verme») e tutti gli altri grandi e piccoli esponenti dell’antifascismo, tra cui l’implume Ugo Stille. Non si salva nemmeno il compagno d’esilio Max Ascoli, fondatore della Mazzini Society, che pure resta uno dei suoi principali interlocutori, insieme a Giuseppe Antonio Borgese.

Ma l’autentica bestia nera di Salvemini si conferma, anche qui, Benedetto Croce: «un conservatore con una coda lunga un miglio, il quale dissimula la sua conservazione sotto una nuvolaglia di aforismi filosofici che nessuno capisce». Croce e Salvemini, in effetti, erano due personalità agli antipodi. Da una parte, un erudito di provincia, tutto fumo e niente arrosto, incapace di fare i conti con la «visione scientifica del mondo» (Bertrand Russell) e autore di alcuni dei più imbarazzanti giudizi mai pronunciati sulla matematica e le scienze dure. Dall’altra, un maestro di concretezza, amante del linguaggio chiaro e distinto e orgoglioso delle sue affinità elettive con la cultura anglosassone. Forse la solitudine di Salvemini spiega anche il destino periferico del nostro Paese, sino all’attuale «declino».

Nel secondo dopoguerra, lo storico pugliese auspicherà «una sinistra assolutamente indipendente dai comunisti e assolutamente opposta alla democrazia cristiana», come scriveva nel 1949 al giovane economista Franco Modigliani, poco prima di ritornare in Italia. Campa cavallo!

 

Gaetano Salvemini, Lettere americane 1927-1949, a cura di Renato Camurri, Donzelli, Roma 2015, pagg. LXXX-592, € 35,00.

 


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