7 giugno 2020

Libri in perenne movimento

 

Il nuovo libro di Roberto Calasso, Come ordinare una biblioteca (Adelphi, pp. 127), comincia con questa considerazione: «Il miglior ordine, per i libri, non può che essere plurale, almeno altrettanto quanto la persona che usa quei libri». Che sembra ragionevole e sensata. Bisogna intendersi, però, su cosa significa “plurale”; perché se si intende la varia, e personale, tipologia di interessi letterari che si può comodamente allineare su uno scaffale di rovere o di noce, allora la pluralità di cui parla Calasso non è abbastanza plurale.

Ma prima di chiarirne le ragioni, è necessario fare un passo indietro. Il volumetto adelphiano raccoglie quattro brevi saggi e una particolare idea di cosmogonia. Naturalmente, non si occupa della nascita di astri e sistemi solari. Secondo la cultura greca arcaica, la cosmogonia è innanzitutto il gesto mitico che mette in ordine il mondo. Ed è a quel gesto che Calasso si rifà per dare armonia e unità al suo libro: i suoi scritti, infatti, indagano la possibilità di riuscire a mettere in ordine le nostre finestre sul mondo, le nostre biblioteche e le librerie, ricolme di libri, riviste, ritagli di giornali. Come se la disposizione di quelle scaffalature fosse davvero un grimaldello per attraversare i meri spazi fisici e accedere a una più profonda coscienza del reale.

Per portare a termine l’ardua impresa, sono due le regole che ci vengono in soccorso. La prima è la regola del buon vicino, formulata da Aby Warburg, «secondo cui nella biblioteca perfetta, quando si cerca un certo libro, si finisce per prendere quello che gli sta accanto e che si rivelerà essere ancora più utile di quello che cercavamo». La seconda, invece, è la regola della poikilía ovvero della «variegatezza»: ogni biblioteca deve contenere opere di diversa natura, genere, formato, colore.

Dunque, dell’indagine di Calasso, cosa non convince o convince poco? Intanto bisogna dire che oggi il significato di biblioteca ‒ o di libreria ‒ non è più fortemente definito. Quando parliamo di “libreria” non ci immaginiamo soltanto un rettangolo in compensato con i ripiani. Perché subito ci viene in mente anche la nostra libreria su Spotify o su iTunes, la libreria dei film su Netflix. A pensarci bene, le pagine dei nostri profili Instagram non sono altro che cubi di una libreria d’immagini. Quindi è vero che la forma della libreria sintetizza il nostro modo di affacciarci sul mondo, di esplorarlo in profondità, ma con una pluralità molto più vasta di quella letteraria. Spotify e Netflix, oltretutto, seguono le medesime regole di buon vicinato e di «variegatezza» che Calasso ha esposto per le biblioteche di carta. Dispongono i loro contenuti cosicché chi ascolta una certa canzone o guarda un certo film ne trova accanto un altro, che magari non conosceva prima, e che può di certo interessarlo.   

A questo punto, qualsiasi tentativo di mettere ordine nella nostra libreria non può prescindere dal tenere in conto non solo i piani concreti delle mensole, quelli di rovere o di noce, ma soprattutto i piani virtuali, che influenzano e accompagnano quotidianamente le nostre letture, i nostri interessi. Facciamo un esempio, applicando e allargando la regola del buon vicino. Un ragazzo di sedici o diciassette anni si trova a guardare il terzo episodio della prima stagione delle Terrificanti avventure di Sabrina, serie TV prodotta da Netflix nel 2018: per tutta la puntata un gruppo di suoi coetanei rivendica strenuamente il diritto di leggere a scuola L’occhio più azzurro, tra i lavori più intensi di Toni Morrison, censurato per le sue scene di violenza. Ecco, in questo caso c’è sicuramente un rapporto di buon vicinato tra la serie TV e il libro. E il ragazzo, investito dall’inaspettato desiderio di leggere il primo romanzo della Morrison, nella sua ideale biblioteca sistemerà L’occhio più azzurro in modo da tutelare il ricordo di quella scoperta.

È questa la vera poikilía, lo spirito eterogeneo di cui si accennava sopra, che rinnova l’esigenza di trovare un ordine nuovo nelle nostre biblioteche. Che nel 2020 non possono non essere ibride e iper-reali, disposte allo stesso livello su mensole e su schermi.

Calasso racconta che Fritz Saxl, durante la sua prima visita alla biblioteca di Aby Warburg, rimase sconvolto quando si accorse che Warburg spostava ossessivamente i suoi libri, mosso di continuo da intuizioni che lo portavano a stravolgere le precedenti sistemazioni. «L’ordinamento di una biblioteca», chiosa l’autore, «non troverà mai ‒ anzi non dovrebbe trovare mai – una soluzione. Semplicemente perché una biblioteca è un organismo in perenne movimento». Un organismo che, a quanto pare, è sempre più complesso di quanto immaginiamo.

 

Immagine: Trinity College, Dublino Irlanda. Crediti: Matteo Provendola /Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0