6 giugno 2020

Libri nel segno dell’innovazione. Intervista a Giuseppe Laterza

 

Mentre converso con Giuseppe Laterza, da uno schermo all’altro dei nostri computer, tengo accanto a me un libro particolarmente voluminoso, una sorta di talismano più volte compulsato in questi ultimi mesi. Prima che le librerie chiudessero per il lockdown, è riuscito fortunatamente ad arrivare sugli scaffali. Si tratta della raccolta di saggi di Tony Judt, Quando i fatti (ci) cambiano. Saggi 1995-2010 (Laterza), che presenta un’appassionante lettura della Peste di Albert Camus, il capolavoro dello scrittore algerino che durante la pandemia siamo tornati più volte a leggere e a citare. Nella sua riflessione, Judt definisce l’eroismo dei personaggi di Camus come l’azione delle «persone comuni che fanno cose straordinarie per pura decenza». Mi viene spontaneo spostare questa definizione sul piano dell’editoria: sarà questa la missione dell’editoria post-Covid-19, una missione di eroismo culturale, fare libri straordinari per pura decenza? La parola “decenza”, in questo caso, ha molto a che fare con la parola onestà. «Per Laterza la missione non è di fare libri “straordinari”», mi risponde subito il suo editore, «ma libri che servono a tutti. Questa è la nostra “onestà” nei confronti dei tanti lettori che seguono la casa editrice da oltre un secolo». Una storia, quella di Laterza, che rintraccia le sue origini nel 1885 in un negozio di cartoleria e libri scolastici di Putignano, e velocemente cresce fino ad assumere la fisionomia e il carattere della casa editrice che oggi riconoscono tutti. Qual è il segreto, verrebbe da chiedersi. «Il mestiere dell’editore si nutre prima di tutto di curiosità: l’editore fa infatti mille cose, si interessa di tanti ambiti diversi ed entra in comunicazione con molteplici saperi. Nel mio caso, la passione per questo lavoro è di famiglia: il mio bisnonno, Giovanni Laterza, era figlio di un falegname, fratello di librai cartolai e tipografi…».

 

Quando è cominciata la quarantena Laterza è stata una delle prime realtà ad inaugurare, sui suoi canali di Instagram e di Facebook, un ricco ciclo di incontri chiamato Casa Laterza. Tra i tanti riferimenti, questo titolo ricorda anche un passaggio di una lettera di Leonardo Sciascia indirizzata a Vito Laterza, padre di Giuseppe: «I rapporti che io ritengo di avere con la Casa Laterza e con Lei sono diversi». Ecco, sicuramente le parole di Sciascia descrivono meglio di qualsiasi altro commento la serie di conversazioni che si sono succedute in questi mesi, e che ci hanno mostrato la grande comunità intellettuale che si raccoglie attorno a Laterza. «Una casa editrice come la nostra è sempre frutto di una comunità operosa, fatta prima di tutto dai suoi autori, poi dai lettori, poi da chi ci lavora, poi da tutti coloro che collaborano alla diffusione dei libri, dai giornalisti ai librai, agli insegnanti ai bibliotecari».

 

A questo punto della conversazione, desidero ritornare sul ruolo che una casa editrice deve assumere all’interno della nostra società. Ad esempio, mi viene in mente il bellissimo volumetto di Stefano Allievi, 5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare). Libro piccolo, agile, a costo bassissimo, che Laterza ha donato a molte scuole perché i ragazzi potessero prendere coscienza di uno dei temi più complessi della nostra contemporaneità. Prima ho utilizzato il verbo “dovere”, ma forse è troppo assertivo. In realtà sono più dubbioso: una casa editrice riveste davvero un particolare ruolo sociale all’interno del nostro Paese? «Fin dall’inizio Laterza ha risposto all’obiettivo datole da Croce: quello cioè di formare la classe dirigente. Le leggo ciò che ha scritto Eugenio Garin: “Dopo il ’25, di fronte all’agonia di quell’Italia liberale che era la sua Italia, Croce, ancora una volta, attraverso la organizzazione di una casa editrice ormai di primo piano, incide di nuovo a fondo nella storia del proprio paese, esercitando una grande funzione “politica”. Attraverso la cooperazione di Giovanni Laterza, difende un patrimonio di cultura; conserva aperta una circolazione di idee; forma su una linea precisa un fronte di residenza intellettuale; offre alle scuole e agli educatori libri senza menzogne, seri, validi”».

 

Non abbiamo ancora tirato in ballo la domanda che molti si aspettano: come sarà il libro del domani?

Come dobbiamo immaginarlo? Sempre più virtuale e sempre meno legato alla fisicità della carta? Cambierà forma, direzione, prospettiva? «Il libro ha trovato una sua forma perfetta su carta ma ciò non toglie che un editore come Laterza possa raggiungere il suo scopo anche in altre forme. Nel nostro caso, ad esempio, da molti anni promuoviamo festival e lezioni di storia: i contenuti sono gli stessi dei libri, ma le forme e i linguaggi sono diversi. In questa fase certamente stiamo lavorando su linguaggi legati al web, ai nuovi media e alle nuove tecnologie».

Non ci resta che congedarci, adesso. Non prima però di aver posto un ultimo interrogativo sugli imminenti progetti di Laterza per fronteggiare il terribile periodo di crisi che stiamo attraversando. «Laterza ha tre progetti fondamentali per superare le difficoltà della pandemia: innovazione, innovazione, innovazione».

 

Crediti immagine: Foto di Eli Digital Creative da Pixabay

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