26 marzo 2015

Lidija, l'amore segreto di Cechov

Non è difficile immaginare i lineamenti del volto di Ivan Bunin, costretto a letto, nel 1952, a Parigi, da una malattia che l'anno dopo lo avrebbe portato alla morte, trasfigurati in quelli dell'Ivan Il’ic di Tolstoj, per il quale la vita fasulla condotta fino a quel momento, dominata dall'ipocrisia e dall'interesse, rivela finalmente il suo volto autentico, quel volto squallido che solo la progressione verso la morte, l'essere-per-la-morte, può svelare.

E quel nulla, quel nulla assoluto dal quale egli si sente ineluttabilmente risucchiato, lascia emergere, dal suo fondo, una luce profonda e persistente, che ne plasma il caos e conferisce ad esso una forma. Ma Bunin non è Tolstoj: egli non vede, in quella circostanza, la conferma che l'arte debba assumere una posizione ancillare rispetto alla religione o alla morale ma, al contrario, si convince sempre di più che l'armonica integrazione fra vita e arte sia fondamentale alla creazione di un uomo completo e lontano dallo sbriciolamento cui è sottoposta, nel nostro tempo, la coscienza umana. “L'artista,” come scrive Giorgio Colli, “non imita nulla, non crea nulla: ritrova qualcosa nel passato... L'arte non assomiglia a nulla di questo mondo... L'arte inverte il corso del tempo.” Ed è leggendo l'epistolario di Čechov, pubblicato proprio in quel periodo in Unione Sovietica, che lo choc, inevitabile, sommerge Bunin, riportandolo a quel tempo della sua vita, fra il 1895 e il 1904, durante il quale ebbe la fortuna di conoscere e frequentare, ancora giovane e inesperto, il più maturo e già affermato autore de Il duello; e la commozione per la stima con la quale Čechov parlava di lui nelle lettere, lo spinge a rievocare i ricordi di quell'amicizia straordinaria, i quali, incompiuti, sono ora riordinati da Claire Hauchard e pubblicati da Adelphi, nella traduzione di Claudia Zonghetti, sotto il titolo di A proposito di Čechov. Ivan Bunin è un autore ancora poco noto in Occidente, nonostante sia stato il primo fra gli scrittori russi a ricevere il premio Nobel, nel 1933, in quell'esilio parigino dove terminò i suoi giorni, nel 1953. Nato a Voronež nel 1870, Bunin si considera da subito un discepolo attento e rispettoso di Čechov, sebbene le differenze fra i due siano notevoli: se la petite musique che caratterizza lo stile di quest'ultimo, infatti, nasce da un'ispirazione più quotidiana e volutamente dimessa, Bunin è innanzitutto un poeta (e tale si considererà per tutta la vita) e considererà sempre l'arte del racconto come una differente forma di composizione poetica. Lo “stile tardo” che caratterizza la musica dell'ultimo Beethoven o i ritratti della vecchiaia di Rembrandt, quello stile ormai sul punto di smarrire la solida compattezza dell'io, emerge potente dai lacerti emozionanti attraverso i quali Bunin evoca la fisionomia del grande scrittore, la cui figura si impone con i tratti del saggio orientale, scolpita da un retaggio asiatico che è l'origine, secondo l'autore, del “fondo di irrimediabile tristezza del suo carattere”; sempre umile, condannato dalla tubercolosi ad un'esistenza breve e dolorosa, il Čechov che emerge dalle pagine di Bunin riesce a stornare il naturale risentimento nei confronti della vita attraverso un'abnegazione profonda per il proprio lavoro, sia esso l'arte letteraria o quella medica, in uno slancio faticoso e complesso che tuttavia non lo porta ad allontanarsi dal mondo, grazie alla calda umanità e semplicità che riusciva a profondere nelle proprie amicizie e relazioni. Ma è la di lui libertà di spirito che Bunin sottolinea con forza, quella libertà che ne intride l'opera e lo spinge ad accostarla ad alcune pagine di Šestov e Berdjaev sulla “creazione ex nihilo”, che si rivelano una penetrante interpretazione della sua arte: “Nel Senso della creazione ho già espresso l'idea, per me fondamentale, che la creazione è creazione ex nihilo, che è cioè figlia della libertà. L'atto creativo ha bisogno della materia... D'altro canto, essa non viene determinata in tutto e per tutto dal mondo, ma è anche emanazione di una libertà non determinata da nulla di esterno”. Ed è forse normale che su di un uomo di questo tipo, dotato di una vocazione a tal punto ascetica per l'arte, le accuse di freddezza e distacco siano così copiosamente cadute, al punto da rendere quasi certo il fatto che egli, realmente, non avesse mai amato alcuna donna. Ma anche in questo caso lo choc coglie Bunin attraverso un altro libro pubblicato in quel periodo, un volume di memorie nel quale la scrittrice Lidija Avilova rievoca il loro amore, impossibile e custodito da entrambi fino alla tomba. La donna ripercorre, in pagine vibranti ed emozionate che Bunin riporta nei suoi appunti generosamente, la nascita e lo sviluppo di un amore che nessuno dei due, a causa delle convenzioni sociali dell'epoca (la Avilova era sposata) e, forse, di quel languore infinito che segna in modo indelebile tutto ciò che è irrisolto, vorrà lasciare sbocciare, in un intreccio fittissimo di messaggi lanciati attraverso i propri racconti e, addirittura, dal palco sul quale si sta recitando la prima de Il Gabbiano. Nel taccuino di Čechov c'è una frase, straordinaria: “Da morto sarò solo come lo sono da vivo.” Fu forse questo il pensiero che, come un tema tratto dal Ruhevoll della Sinfonia n. 4 di Mahler, lo accompagnò per tutta la vita e lo rese così consapevole.


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