29 aprile 2020

Limbo

 

Il limbo è una presenza importante negli studi fotografici, soprattutto quelli di moda. È un grande rotolo di carta o altro materiale più resistente, lungo diversi metri, quasi sempre bianco, sostenuto da una struttura metallica che lo rende fondale e tappeto senza soluzione di continuità. Quel semplice trabiccolo riesce a definire uno spazio altro, sospeso, che si astrae dall’intorno. C’è un bellissimo servizio di Oliviero Toscani, pubblicato nel 1970 sull’edizione italiana di “Harper’s Bazaar” contemporaneamente a quella americana, in cui il limbo è posizionato fuori dallo studio e diviene uno dei soggetti dell’immagine (anziché rimanere creatore invisibile della sua spazialità perfettamente neutra).

 

In una foto, per esempio, è contro la scalinata di Trinità dei Monti a Roma. Il nitore abbagliante di quella grande superficie rettangolare occupa, in primo piano, la parte sinistra della foto, e isola le due modelle che guardandosi escludono l’intorno, chiaroscurato violentemente dal sole e da un uso del bianco e nero da fotonotizia. La piccola folla, formata da ragazzi, adulti, bambine, un cane, pare distratta. Fa vagare lo sguardo. In tutti gli scatti, ambientati in punti diversi, sempre spettacolari, della città, le modelle sono bloccate in una sorta di foto nella foto, isolate nel tempo sospeso definito dal limbo bianco.

 

“Stare in un limbo” si dice per definire una condizione di attesa. Un’attesa opaca, in cui è interdetta l’azione: quell’espressione richiama perfettamente la strana sofferenza silente, che non esprime emozioni ma solo sospiri per la mancanza della visione di Dio, di cui scrive Dante nel canto IV dell’Inferno. Nel Dizionario dei simboli di Jean Chevalier e Alain Gheerbrant viene spiegato che il limbo è una creazione delle tradizioni orfiche, ripresa in maniera controversa dalla teologia cattolica, il cui ultimo pronunciamento rilevante è del 2007, quando papa Benedetto XVI, approvando un documento della Commissione teologica internazionale, ha stabilito che l’esistenza del limbo rimane una pura ipotesi teologica, ossia che l’idea di un luogo intermedio tra paradiso e inferno per l’eterno soggiorno delle anime dei bambini morti senza battesimo coincide con “un’interpretazione eccessivamente restrittiva della salvezza”.

 

In altre interpretazioni recenti, il limbo è l’anticamera del paradiso ma anche il luogo dove si prepara un’era nuova di civiltà. “Limbo” nel suo significato più vicino al latino limbus è l’orlo, il confine, il margine. Limbus Inferni è una delle formule che si trovano più frequentemente. Il margine dell’inferno.

Gustave_Doré_-_Dante_Alighieri_-_Inferno

Nel 2020 ci siamo ritrovati a vivere in una sorta di limbo, in un confine, contemplando il baratro di un possibile inferno. Come stare al margine di quel buco circolare nero che è l’opera Descent into Limbo di Anish Kapoor, divenuta largamente nota perché un visitatore incauto, risucchiato dall’effetto trompe-l’œil, ci è precipitato dentro.

 

Ci siamo ritagliati uno spazio in sottrazione, articolato dalla mancanza, in perenne attesa della liberazione. Un luogo, reale e metaforico, in cui i nostri corpi sono parsi perdere consistenza, proprio perché siamo stati obbligati a privarci della vita intorno.

 

Ci è stata sottratta quella comunione degli affetti che è alimentata dai comportamenti dei corpi, comportamenti che non sono solo le azioni che li mettono in contatto ma anche quelle che alimentano il desiderio, come il guardare e il farsi guardare, come l’inebriarsi dell’odore dei corpi aperti al desiderio: “Il corpo umano non è una cosa o una sostanza data, ma una continua creazione.

 

Il corpo umano è un sistema di energia che non è mai una struttura completa, statica, ma sempre impegnata in una perpetua autocostruzione e autodistruzione”, affermava Norman O. Brown in Corpo d’amore.

 

Scrivo di limbo da dentro un limbo, dentro un inaspettato territorio dell’attesa privo d’azione e di comunicazione dei corpi, nel quale lo si immagina, forse al meglio possibile, come preparazione di un futuro differente da quanto è rimasto al di là, nel prima. Dentro questo margine, ancora indefinito, il pensiero collettivo è che da qui non si dovrebbe contemplare il passato ma preparare una nuova era della civiltà. E il pensiero è che solo riuscendovi avrà avuto senso il limbo che ha assorbito il nostro presente.

 

 

* Insegna Disegno industriale all'Università IUAV di Venezia

 

 

Immagine: Gustave Doré (1832 – 1883) / Public domain

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