25 aprile 2021

Linguaggio e memoria. Intervista a Carlo Greppi

Come il linguaggio, nemmeno la memoria è mai neutra: per questo, facilmente, sia il linguaggio che la memoria possono essere distorti. Il lavoro di linguisti e storici di questi tempi, allora, si fa unitario, più acuto e più attento alle pericolose metastasi del linguaggio e della memoria. Da questa istanza prende le mosse il nuovo libro di Carlo Greppi, Si stava meglio quando si stava peggio. 20 luoghi comuni da sfatare (Chiarelettere, 2021), che puntualmente analizza con l’occhio dello storico le allarmanti derive delle parole del nostro presente e delle idee che trasmettono.

 

Quanto è importante sconfessare i luoghi comuni che popolano la nostra quotidianità?

Bisogna fare una prima differenza. Ci sono luoghi comuni, familiari e innocui, che fanno parte del nostro modo di parlare e non recano danno a nessuno. Ce ne sono altri, invece, pericolosi nella forma e nella sostanza, che è fondamentale sconfessare. Nel mio libro mi sono concentrato su quei luoghi comuni che hanno un forte tratto denigratorio, che possono essere usati come arma contro qualcuno.

 

Come se fossero dei confini di parole, per separare i noi dai loro, e alimentare l’idea di una particolare identità. Secondo lei, l’identità esiste?

Io rifiuto l’uso della parola identità: ognuno di noi, secondo me, è identico solo a sé stesso. Nemmeno due gemelli potranno mai dirsi perfettamente identici. Adesso, parlare di identità, di identità collettive, porta la gente a pensare di essere tutta identica perché connazionali, compaesani, perché si condivide semplicemente solo uno degli infiniti aspetti che ci compongono, ovvero la provenienza geografica, territoriale. Che, se ci pensa, è una parte minima della nostra autopercezione. Ma si ingigantisce per via di certi discorsi, a proposito di effetto nocivo delle parole.

 

E se non ci lega l’identità, cosa ci lega?

Per me si potrebbe parlare di senso di appartenenza, che ciascuno possiede. Che può anche essere territoriale, certo, ma è sempre soggettiva, dettata dalle condizioni storiche in cui si vive e quindi per niente “naturale”. Poi, penso, si potrebbe cominciare a recuperare la parola comunità. Di fare parte di una comunità, siamo noi a scegliere; le comunità non hanno porte, deve essere una scelta propria appartenere o no a un gruppo umano.

 

Una parola particolarmente in crisi, «comunità».

Sì, assolutamente. La frammentazione è generalizzata, nell’ultimo anno e mezzo si è particolarmente acuita e si fa molta più fatica a sentirsi parte di una collettività, a fare comunità. Per questo credo che passare a un uso consapevole del linguaggio sia necessario. Nelle prime pagine scrivo che questo libro non è un libro per benaltristi; che è ovvio che ci siano altre questioni altrettanto importanti, ma questa battaglia sul linguaggio è cruciale per me, per una reale democratizzazione della società. Solo chi domina la capacità di esprimersi è in grado di produrre pensieri più complessi e concepire realtà più complesse di quelle identitarie.

 

Comunità e linguaggio, oltre che un bel binomio, sarebbe un bel manifesto per il domani. Anche se il conflitto tra comunità e linguaggio è sempre più evidente nel dibattito pubblico.

Faccio mie le parole di Edgar Morin quando dice quanto sia importante conoscere la conoscenza. Oggi è cruciale sapere come noi arriviamo a conoscere determinati temi, argomenti che costituiscono il nostro presente. Ma interrogarsi su questo processo non significa che vale tutto, che ogni opinione ha diritto di cittadinanza; significa che l’essere umano si avvicina alla conoscenza dei fenomeni, aggiornando continuamente le sue conoscenze, e il dibattito dovrebbe essere molto pacato ed equilibrato tra studiosi e opinione pubblica. Purtroppo, come sappiamo, negli ultimi dieci anni non è stato così.

 

Prima accennava al fatto che non sempre tutte le opinioni devono avere diritto di cittadinanza. Oggi è il 25 aprile e penso a un dibattito molto consumato: chi sostiene di non sentirsi né fascista né antifascista, chi preferisce non scegliere perché ritiene che non siano categorie contemporanee. Lei che ne pensa?

Non scegliere una posizione è comunque scegliere. Peraltro, basta ricordare la storia del fascismo e poi la storia della Resistenza, c’è un’enorme massa di italiani e di europei che scelsero di non scegliere e dunque di avallare la legge del più forte, di lasciare che il più forte avesse il sopravvento, come ci ha insegnato Claudio Pavone. Io credo che sia importante, in una giornata come quella del 25 aprile, ricordare innanzitutto chi, rischiando la propria vita, prese le armi per liberarsi e liberarci. E, in seconda battuta, le centinaia di migliaia di persone che affiancarono questa lotta in varie forme. È bene anche prendere coscienza che migliaia di persone stettero fondamentalmente a guardare, scegliendo di aspettare l’esito degli eventi. Ed è altrettanto utile, per quanto doloroso, considerare che molti scelsero la parte sbagliata.

 

Da qualche giorno è stato lanciato il sito Noi, partigiani, una piattaforma che raccoglie centinaia di testimonianze dei protagonisti della Resistenza. Il giorno del suo lancio, però, il sito è stato oscurato da un attacco hacker. La mia domanda è: perché qualcuno trova interesse a colpire così sistematicamente questa parte della nostra storia?

Perché il fascismo – per quanto si ammanti di prefissi, “neo” “post” “filo” “cripto” “para” – vive di violenza. Perciò è totalmente in continuità con la nascita del fascismo, con l’affermarsi del fascismo, con le violenze neofasciste che hanno inquinato la storia dell’Italia repubblicana. Ci sono persone che si ritengono più o meno dichiaratamente fasciste, possiamo parlare per ore di quanto questa autodefinizione corrisponda a una definizione scientifica: alcuni storici dicono che il fascismo storico è finito nel ‘45, a Piazzale Loreto, terminata la Seconda Guerra Mondiale. Ma di persone che si ispirano a quegli anni, tutt’ora in Italia e in Europa, ce ne sono a migliaia; non mi stupisce quindi che abbiano questo modus operandi, è il modus operandi della loro parte. E vanno sconfitti su tutti i livelli, soprattutto facendo cultura.

 

Un’ultima domanda. Sono argomenti, questi di cui abbiamo parlato oggi, che lei porta in molte scuole e di cui discute con molti ragazzi. Mi piacerebbe chiederle quali sono le reazioni dei più giovani e se possiamo essere fiduciosi per la memoria del domani.

Io mi dichiaro moderatamente ottimista. Ritengo che questa generazione, come quelle precedenti, se opportunamente stimolata manifesta grande interesse. Però, a differenza di tutte le generazioni precedenti, e questo per noi è una accresciuta responsabilità, loro hanno molti più stimoli culturali, un sistematico uso degli schermi e della rete, per cui catturare la loro attenzione, raccontare loro perché queste pagine di storia sono così importanti e significative non è scontato. Bisogna rinnovare nella forma e nella sostanza questi racconti, trovare nuove vie, anche inedite, per incuriosirli, poi una volta che si apre la porta il lavoro è fatto. Saranno loro a continuare le nostre ricerche. 

 

 

Immagine: Celebrazione del mese della storia nera della diversità e dell'orgoglio della cultura africana come celebrazione multiculturale.. Crediti: Lightspring / Shutterstock.com

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