03 febbraio 2015

Lucy in the Silicon Valley

Le fortune dei miliardari della Silicon Valley sono state costruite anche grazie agli effetti delle droghe psichedeliche. Si moltiplicano le testimonianze di esperti e professionisti dell’IT che ammettono di avere utilizzato o di assumere saltuariamente diverse tipologie di allucinogeni, tra cui l’LSD, per ideare applicazioni inedite o trovare soluzioni originali a problemi apparentemente irrisolvibili.

Un’abitudine particolarmente diffusa tra programmatori e ingegneri e in qualche misura supportata da un recente studio a opera dell’Imperial College London, che ha dimostrato come l’utilizzo dell’LSD abbatta alcune connessioni mentali permettendo la formazione di nuovi pattern preposti all’espressione del pensiero. «Non credo esista qualcosa come l’uso ricreativo dell’LSD», afferma Kevin Herbert, che è approdato a Cisco dopo un’esperienza decennale nel campo della programmazione. «Potrei essere a un concerto dei Grateful Dead, completamente fatto… e inevitabilmente sarei colto da qualche illuminazione riguardo al mio lavoro». Intervistato dalla CNN (che ha dedicato al fenomeno un lungo reportage), Herbert ha confessato, e con lui molti altri colleghi del settore, di aver cominciato ad assumere LSD tre o quattro volte l’anno dopo essersi reso conto che gli effetti della droga lo aiutavano a districare problemi particolarmente complessi. Un’abitudine a cui, secondo Tim Ferriss, businessman e autore del libro The 4-Hour Workweek, non si sottrarrebbero nemmeno i nuovi tycoon della sharing economy: «Dei miliardari che conosco, quasi senza eccezione tutti fanno regolarmente uso di allucinogeni. È un approccio molto dirompente che li porta a guardare ai problemi del mondo e a farsi domande in modo completamente nuovo». Un’abitudine sicuramente dannosa che però potrebbe avere un riscontro scientifico: un recente studio dell’Imperial College of London ha infatti monitorato l’attività cerebrale di 20 volontari sottoposti all’assunzione di LSD, scoprendo che gli effetti dell’allucinogeno avevano determinato la dissoluzione di alcuni “network” cerebrali, consentendo la nascita di nuovi modelli di comunicazione. «Le sostanze psichedeliche smantellano gli abituali e “comodi” pattern del pensiero», afferma Robin Carhart-Harris, autore dello studio. «Questo consente la nascita di inediti modelli di concettualizzazione … modelli che prima non si ‘parlavano’ affatto e che invece ora cominciano a influenzarsi sempre di più».


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