24 gennaio 2020

Luigi Compagnone: Napoli, vita mia, mia condanna

Sono a Napoli, in piazza dei Martiri, ho un appuntamento con Sandro Compagnone, giornalista Rai e critico musicale de la Repubblica. Prendiamo posto al Gran Caffè, ordiniamo qualcosa da mangiare. Ha un viso bonariamente assorto, i suoi occhi, dietro la patina severa, si distendono quando parliamo di suo padre, Luigi Compagnone (Napoli, 1915 - Napoli, 1998), una delle figure più roventi della cultura partenopea. Il ricordo che scalpita più volte nella sua mente è la fermezza del padre, che nella scrittura imponeva una luminosa intransigenza. Appena tornato a casa dalla redazione della sede regionale Rai, si chiudeva in studio e batteva a macchina, il posacenere era il suo massimo confidente, l’aria era fitta per via delle sigarette che non davano tregua, accese una dopo l’altra, governavano il respiro dei versi. Insieme a Pasquale Prunas, Antonio Ghirelli, Domenico Rea e Raffaele La Capria, Luigi Compagnone fece parte della redazione della storica rivista Sud, fondata nel 1945, bussola politica e culturale di una Napoli sotto le macerie e palesemente disorientata.

L’intellettuale, originario di Sant’Arpino, in tutti suoi scritti, specialmente nelle poesie, mostra senza risparmiare nessuno la ferita viscerale nel corpo di Napoli, violentata dalla speculazione edilizia e dalla malavita infiltrata nelle arterie della città. La terra vulcanica, lungo i golfi, i vicoli e le case popolari, fonde senza criterio sole fango e polvere, e non può scollarsi la sensazione, tra agguati sanguinari e dominazioni franco-ispaniche, di essere meticcia. Il sentimento della perdita, dell’amore pagano e della nostalgia fodera la pelle del napoletano, chimerico e riottoso. Le liriche di Compagnone sono budella sacrificate su altari scheggiati: esplodono, se innescate da inquietudini e dolori personali, che in realtà inquadrano lo specchio effettivo di un paesaggio umano che non ha pietà verso se stesso.

Possiamo definirlo realismo di sangue, dove l’aspetto sociologico esalta la miseria e la frustrazione di un popolo che si riconosce, nella sua splendida animalità, solo quando ha fame. Con la raccolta poetica intitolata La giovinezza reale e l’irreale maturità (Einaudi, 1981, nota introduttiva di Geno Pampaloni) si tocca uno dei vertici meridionali più sensualmente bruschi della fine del Novecento. Il godimento atipico di sentirsi precari, in una Napoli che oscilla tra organico e inorganico, muove la parola in uno stato di origine e allo stesso tempo di dissolvimento. La solitudine ha una tessitura salda, simile è lo sgomento che si avverte nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Leopardi.

Qui siamo di fronte alla straordinaria abilità di un pugile di ricevere i colpi, senza arretrare di un centimetro:

«Allora me ne vado alla stazione / ove dormono i treni nell’immobile notte. // Ma, anche qui, nessun evento speciale. // Soltanto qualche milite mi scruta, / assonnato. // A quest’ora non arrivano / né partono treni. // Binari morti dovunque. // Io, l’unico treno che cammina: / ma viaggiatori non porto, è un giro a vuoto / il mio viaggio, per le stazioni / di quest’inverno del ’38 […]».

La dimensione fisiologica è totalizzante: il suo corpo si lega a quello del suo luogo natio, un unico tornado attorno al quale ruota l’ambiguità perenne di chiedersi se l’abisso è il rovescio della creazione. È la carne che si torce, scavando in profondità, emergendo in superficie, tra lerce viuzze e visioni barocche. Napoli ti divora e tu sei il sugo che cola dalle sue labbra:

«E qui siamo noi due, io e lei, / ogni mattina, in una innaturale dimensione del senso, io e lei, in queste / mattinate del ’38, due insetti / che s’incavano nel tufo, nel silenzio / della preistoria, nello sperma / regalato al terreno, due insetti / qui venuti da un quartiere / di cocente miseria, d’incoscienza furiosa, / con quel dolore che non si stacca da noi, / miserabile, ignobile, / col quale eternamente si compenetrano / la giovinezza reale e l’irreale maturità».

Tuttavia non bisogna farsi ingannare dalla corazza scontrosa, disillusa e vichianamente scoraggiante di Compagnone, il quale dietro una corrusca misantropia disseminata di caserme intolleranti, chitarre esasperate, rioni e cimiteri corrosi dal tempo, ama in silenzio, senza proclami, quando scrive alla sua prima moglie Anita che è «la prima luce che si sveglia quando il giorno entra nella mia casa».

 

Immagine: Una via di Napoli. Crediti: ilolab / Shutterstock.com  

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