13 maggio 2019

Madri d’Europa: Éliane Vogel-Polsky

«Ogni stato membro […] dovrà assicurare e di conseguenza garantire l’applicazione del principio che uomini e donne devono ricevere una uguale retribuzione a fronte di un uguale lavoro» (Trattato di Roma, 1957, art. 119): tale breve cenno a un’Europa “sociale”, contenuto in un trattato di carattere prettamente economico, imposto dalla Francia dove esisteva una disposizione analoga e dunque per impedire una concorrenza scorretta da parte degli altri Stati, pur importantissimo e pionieristico, è rimasto per molto tempo privo di conseguenze reali e ignorato dalla maggior parte degli Stati membri. Fu su di esso che si concentrarono le prime battaglie dell’avvocata e accademica belga di origine russa Éliane Vogel-Polsky, che a partire dagli anni Sessanta e per tutto il resto della sua vita (era nata nel 1926 e morì nel 2015) si impegnò affinché la parità tra i sessi fosse piena e sostanziale.

Éliane Vogel-Polsky aveva compiuto studi in diritto e sociologia del lavoro alla Università di Bruxelles quando ancora le facoltà di legge erano quasi esclusivamente frequentate da maschi (nel 1960, le femmine iscritte all’ordine degli avvocati costituivano il 7%). Nel 1961 aveva iniziato a collaborare con la direzione generale per gli affari sociali della Commissione europea e con il Consiglio d’Europa, occupandosi di diritti sindacali e della questione della armonizzazione delle legislazioni sociali nazionali con quelle europee. Femminista, grande ammiratrice di Simone de Beauvoir, nel 1966 aveva seguito e sostenuto un lungo sciopero per la parità salariale messo in atto dalle operaie della Fabrique Nationale di Herstal, in Belgio, rendendosi conto dell’enorme disparità di trattamento che le donne ricevevano rispetto ai maschi e delle condizioni di lavoro durissime a cui erano costrette: nessun articolo del Trattato di Roma era rimasto più inapplicato del 119 e fu lei a suggerire alle femmes-machines, come venivano definite le operaie, di appellarsi a esso per rivendicare i loro diritti. Quello sciopero non ebbe un esito positivo, e nel 1967 Vogel-Polsky riprese la battaglia portando di fronte alla Corte di giustizia della CEE il caso della hostess Gabrielle Defrenne, licenziata dalla società aerea Sabena in quanto aveva compiuto 40 anni (mentre agli uomini era consentito di volare fino ai 55): la sentenza favorevole, ottenuta molti anni più tardi (nel 1976), fu storica perché non solo riconosceva la diretta applicabilità dell’art. 119, ma anche l’uguaglianza di genere come «un diritto umano fondamentale».

Tale sentenza avrebbe orientato l’azione successiva della Corte e gli sviluppi legislativi comunitari, che tuttavia non avrebbero mai soddisfatto a pieno le attese di Vogel-Polsky: critiche di incompiutezza essa mosse al Trattato di Maastricht del 1992 e poi a quello di Amsterdam del 1999, nonostante i notevoli avanzamenti da essi rappresentati e nonostante l’indiscutibile contributo che lei stessa aveva dato a tali avanzamenti, e in generale alla scelta di indirizzare l’azione verso la parità di genere attraverso le raccomandazioni anziché attraverso i più vincolanti regolamenti. Negli ultimi anni si convinse che la parità sostanziale potesse essere raggiunta soltanto attraverso un’Europa dei cittadini e sociale, che la mancata parità di genere danneggiasse non solo le donne, ma tutta la comunità, e che dovesse essere affrontata con un discorso più ampio sulla democrazia: «Dovremmo combattere non per i diritti delle donne, ma per quelli della democrazia stessa. Sono arrivata alla conclusione che il diritto all’uguaglianza deve essere riconosciuto come un diritto collettivo, altrimenti rimarrà sempre un principio e quindi lettera morta».

 

Crediti: L’immagine è un fotogramma tratto dal video 50 ans de la grève des femmes de la FN (CSC Liège Huy Waremme)

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