7 maggio 2019

Madri d’Europa: Simone Veil

La barbarie della Shoah, di cui Auschwitz rappresenta una sorta di sineddoche, ha influito profondamente sulla costruzione europea e non è un caso che, nel 1979, la presidenza del primo Parlamento europeo eletto a suffragio universale sia stata assegnata a una sopravvissuta al campo, Simone Jacob Veil. Come lei stessa raccontava, il ricordo di Auschwitz, dove era stata deportata a sedici anni con la famiglia e dove aveva perso i genitori e un fratello, non l’aveva mai abbandonata e, come Primo Levi, riteneva suo dovere tenere viva quella memoria: non solo per rispetto dei “sommersi”, ma anche per orientare l’azione politica.

Oggi il discorso sulla memoria può ad alcuni apparire trito, o appiattito su un ritualismo vuoto, ma si trattò invece di un processo storico complesso, colmo di ostacoli e resistenze, anche da parte paradossalmente delle vittime, che dovettero superare pudori, dolore e sensi di colpa – si pensi solo alle difficoltà incontrate da Levi a farsi pubblicare Se questo è un uomo o alla memoria “contesa” di Auschwitz (di cui si può leggere, da ultimo, la bellissima voce di Annette Wieviorka, Auschwitz, in Europa. Un’utopia in costruzione, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 2018, vol. 3, pp. 49 ss.).

Per Veil la rielaborazione di quegli eventi – che andava al di là della sua esperienza privata e familiare – aveva un valore pubblico e politico: «È indispensabile, qualunque siano i nostri sentimenti personali, riuscire a non dimenticare né a nascondere il passato, ma fare di tutto perché le generazioni a venire non patiscano quello che abbiamo vissuto noi». Veil aveva reagito a quel dramma con un grande attivismo: si era sposata giovanissima con Antoine Veil, con cui aveva avuto tre figli, si era laureata in legge ed era entrata in magistratura; divenne poi, dal 1974, ministro della Sanità sotto i governi di Jacques Chirac e di Raymond Barre, legando il suo nome alla legge che depenalizzava l’aborto, che in Francia suscitò un dibattito molto aggressivo; nel 1979 aveva deciso di lasciare gli incarichi governativi per presentarsi con l’Unione per la democrazia francese di Giscard d’Estaing alle elezioni europee perché, scriveva, per evitare che il passato si ripeta «l’unica soluzione è arrivare a riconciliarci costruendo insieme un’entità europea».

Del giorno del suo insediamento si ricorda l’abbraccio affettuoso con l’intellettuale femminista Louise Weiss, ormai ottuagenaria, che aveva presieduto l’aula fino all’elezione della nuova presidente. Quell’abbraccio è stato da molti letto come il passaggio dalla fase “eroica, avventurosa, utopistica” dell’europeismo, rappresentata da Weiss, alla fase istituzionale e fattuale, rappresentata da Veil: entrambe ebree, entrambe nemiche del nazionalismo, avevano pronunciato a distanza di un giorno l’una dall’altra due bellissimi discorsi, la prima da “innamorata dell’Europa” e della sua storia culturale, la seconda per un’Europa della solidarietà, dei valori e del superamento delle sperequazioni economiche e sociali, ma del tutto consapevole di quanto fosse difficile tradurre tali ideali in prassi istituzionale e politica e di quanta resistenza i processi democratici avrebbero ancora incontrato. Ben presto, in effetti, Veil avrebbe dovuto affrontare una lunga crisi istituzionale tra Consiglio e Parlamento per l’approvazione del bilancio, in cui il secondo organo aveva previsto un aumento dei fondi destinati all’emergenza fame. Ma nonostante le difficoltà, la divergenza di interessi, l’incompiutezza del processo di integrazione, il periodico ripresentarsi di spinte nazionalistiche, per Veil l’unione rappresentava il più grande risultato del XX secolo: «ancora oggi – affermava nel 2010 – rimango sempre stupita dal miracolo che ha rappresentato la pace instaurata in Europa. Credo si possa considerare, dopo più di 60 anni di pace in Europa, che la sua costruzione sia un successo».

 

Immagine: Simone Veil (9 aprile 2009). Crediti: Fondapol - Fondation pour l’innovation politique. Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0), attraverso www.flickr.com

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