27 settembre 2020

Poesia in tempo di crisi. Intervista a Diego Bertelli e Raoul Bruni

 

C’è una domanda che da secoli rifonda l’idea di Occidente, una domanda semplice e chiara che però trova, di volta in volta, una risposta diversa, nuova. Spesso inattuale. È una celebre sollecitazione di Friedrich Holderlin ripresa dall’elegia Pane e vino: Perché i poeti nel tempo della povertà?

Lo scrittore tedesco si interroga sulle possibilità dell’esistenza di uno spirito creatore, e quindi della poesia, in un tempo di generale crisi. E in base alle diverse, nuove e inattuali risposte che sono state date nel corso dei secoli al suo quesito, è possibile continuare a leggere l’Occidente sotto una luce sempre originale: perché effettivamente sono i poeti a tracciare l’immagine del mondo che abitano (e che abitiamo), e mai il contrario.

Due giovani critici letterari, Diego Bertelli e Raoul Bruni, hanno deciso di rispondere a questo assillo occidentale inaugurando una nuova collana di poesia contemporanea, “novecento/duemila”, sorta all’interno del catalogo dell’editore Le Lettere.

 

Molte importanti realtà editoriali tendono a chiudere le loro collane, uniformando il catalogo, voi invece ne avete aperta una, e per giunta di poesia. Cosa vi ha spinto a farlo?

Certo, il panorama della poesia contemporanea è cambiato molto in questi anni, ma ciò non è necessariamente un male. È un fatto agli occhi di tutti che alcune collane storiche di poesia non ci sono più ed è altrettanto evidente che siano molto mutate quelle che ancora vediamo in libreria. Ci sono, allo stesso tempo, nuove realtà editoriali, anche interessanti, per cui si tratta di guardare in prospettiva a quello che sta avvenendo. La collana «novecento/duemila» si inserisce in questo contesto ancora in divenire, dove collane di poesia che prima non c’erano stanno cercando di rafforzare la propria identità e di rappresentare un punto di riferimento sempre più riconoscibile. La nostra collana, tuttavia, intende distinguersi dalle altre proponendo un progetto più ampio, dove coabitino una certa tradizione novecentesca e il presente, come si può desumere dal nome che abbiamo scelto. Accanto a libri di poeti esordienti o di giovane generazione intendiamo proporre volumi di autori che negli anni hanno segnato svolte linguistiche ed espressive. All’invito che ci è stato fatto dal direttore della casa editrice Le Lettere, Giovanni Gentile Jr., è seguito prima di tutto un progetto che spiegasse i motivi per cui era necessario aprire una nuova collana, oltre che un piano editoriale. In un contesto che, come abbiamo ricordato, è mutato ma nel quale è indubbia una presenza molto forte di nuove collane, noi volevamo insistere sull’idea che non basta proporre libri nuovi o autori emergenti ma che bisogna recuperare poeti del passato, riaprire l’interesse nei confronti di figure non canoniche, guardare anche a cosa c’è, o c’è stato, di eccentrico o di marginale rispetto al canone, specie sul versante stilistico-espressivo. Crediamo che nessun’altra collana stia facendo oggi un’operazione di questo genere: repêchage, auto-antologie e nuove proposte, senza eccessivi vincoli anagrafici. Le nostre prime uscite affiancano Nino De Vita, nato negli anni Cinquanta, siciliano, che scrive da molti anni in dialetto anche se ha esordito in italiano, con un’antologia personale, Il bianco della luna, dove si raccolgono trentacinque anni di produzione poetica, a due poeti trevigiani – Roberta Durante e Francesco Targhetta – che sono nati all’inizio e alla fine degli anni Ottanta: la prima con una nuova raccolta, Le istruzioni del gioco; il secondo con la riedizione di un libro importante ma rimasto ai margini, I fiaschi, arricchito di un’intera sezione di 60 testi inediti che conferiscono a tutta la raccolta un’impronta nuova.  

 

A chi si rivolge la vostra collana? Punterà su chi è già un lettore di poesia o su chi ancora non lo è?

Solitamente il lettore di poesia è un lettore educato alla lingua della poesia, e non è raro che chi legge poesia la scriva. Sicuramente tra i nostri lettori ci saranno, prima di tutto, poeti o amanti della poesia. Noi ovviamente guardiamo a loro con grande entusiasmo, ma ci auguriamo al contempo di “intercettare” anche lettori più trasversali. Non è un caso che fra gli autori che abbiamo scelto, due su tre scrivano poesia con una forte propensione narrativa, come Nino De Vita e Francesco Targhetta, i quali però sono indubbiamente poeti raffinati dal punto di vista stilistico, e quindi l’andamento dei loro versi si nutre di una continua ricerca e di un costante lavoro sulla lingua. Devo dire che tutti e tre i poeti con cui inauguriamo la collana sono profondamente segnati da uno stile riconoscibile e da un uso della lingua difficilmente imitabile. È in questa prospettiva che ci auguriamo di ottenere anche l’attenzione di studiosi e critici. Che poi i nostri libri finiscano in mano a chi si avvicina alla poesia, a lettori “giovani”, in senso non strettamente anagrafico, questa è la speranza più grande. 

 

Vorrei farvi una domanda difficile: non temete che “novecento/duemila” possa essere un insuccesso?

Pensare a una collana di poesia come a un prodotto di successo è una prospettiva che non ci appartiene. Pensiamo piuttosto a «novecento/duemila» come a una proposta di qualità, basata sulla ricerca di testi che abbiano un valore autonomo da ogni calcolo estrinseco. Anche perché un’operazione culturale fatta seriamente è sempre in qualche modo appagante, al di là di quello che sarà il riscontro del pubblico.

 

Che in Italia si legga poca poesia è un dato di fatto. Ma a cosa attribuite questo disinteresse? È forse colpa della scuola e del suo modo di approcciarsi al testo poetico?

Già nella prima metà dell’Ottocento, Leopardi scriveva che in Italia «sono più di numero gli scrittori che i lettori (giacché gran parte degli scrittori non legge, o legge men che non iscrive)». Questa sentenza è particolarmente cogente nel caso della poesia: qualcuno faceva notare che se i molti (troppi) che in Italia pubblicano libri di poesie, spesso a proprie spese, acquistassero almeno un libro l’anno, la crisi dell’editoria ne trarrebbe un decisivo giovamento. Certo, l’approccio della scuola ai testi poetici è in alcuni casi discutibile, ma il disinteresse dei lettori italiani per la poesia non può essere imputato esclusivamente al sistema scolastico. Andando controcorrente, si potrebbe dire che il disinteresse dipende anche dalla cattiva qualità di certa poesia contemporanea, che tende a chiudersi in un mondo asfittico di piccoli premi e piccolissime vanità personali.

 

Il nostro è un tempo difficile, attraversato da crisi e incertezze. Fuori da qualsiasi retorica, pensate che la letteratura, in particolare la poesia, possa davvero aiutare a salvarlo, questo mondo?

A questa domanda aveva già risposto esemplarmente Patrizia Cavalli, intitolando la sua raccolta di esordio del 1974 Le mie poesie non cambieranno il mondo. Se allora, quando il poeta era ancora investito di un mandato sociale e perfino politico, un titolo del genere andava controcorrente, oggi una dichiarazione del genere può sembrare fin troppo ovvia. Quindi sì: la poesia non incide direttamente sul miglioramento della società, a maggior ragione quando si propone di farlo per programma. Si può perfino andare oltre e sostenere che la poesia non ci rende necessariamente persone migliori (si ricordi che anche Stalin pubblicò una raccolta di poesie). Eppure, paradossalmente, mai come oggi, la poesia ci è necessaria, anche, e forse soprattutto, per il suo sottrarsi al dominio dell’utile.

 

Immagine: Giovane donna scrive sul taccuino nel parco, concetto in educazione e conoscenza. Crediti: Onchira Wongsiri / Shutterstock.com

 


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