13 settembre 2020

La scuola non è un’oasi. Intervista a Davide Ruffini

«I pochi intellettuali rimasti», sostiene Romano Luperini, «sono nella scuola e sono dei traghettatori di contrabbando». Tra i traghettatori più abili quest’anno si è distinto Davide Ruffini, insegnante di lettere in una scuola media abruzzese, che ha esordito nel mondo letterario con Tutti assenti. Un anno di scuola in campagna (Mesogea). Uscito poco prima del lockdown, ha visto trasformare il suo titolo da ideale richiamo e citazione delle Anime morte di Nikolaj Gogol a funesto presagio del destino della scuola. Il romanzo, attraverso la voce narrante di un professore cinico e disincantato, mostra dell’universo scolastico un volto irriconoscibile, se l’unico nostro sistema di riferimento erano stati finora i resoconti dei quotidiani o le fiction Rai. Tutti assenti racconta, con semplicità disarmante, le difficoltà di una delle tante, dimenticate scuole di periferia del nostro Paese, che non assurge mai a modello di qualcuno o di qualcosa, ma strenuamente resiste e ogni giorno si confronta con le storture del presente. Alla vigilia del rientro in classe, con Ruffini dialoghiamo della scuola dentro e fuori le sue pagine, dell’esperienza della didattica a distanza e dello stato d’animo con cui riascolterà finalmente la prima campanella dell’anno.

 

Il suo romanzo a tratti si rivela davvero molto cinico. Pochissimi avrebbero il coraggio di raccontare delle lezioni in una classe “morta” come fa lei in Tutti assenti. Al di là del riferimento a Tadeusz Kantor, cosa vuole sortire la sua scrittura?

Spesso si racconta la scuola come un posto infernale, dove le classi sono tutt’altro che “morte”: sono vivacissime, euforiche, trasbordano vita. E sono le classi all’apparenza più problematiche. A me invece interessava un racconto che si fa poco, che si sente poco; volevo raccontare quella zona d’ombra popolata da alunni che a lezione hanno pochissima verve, che hanno altri interessi, che sono “assenti” rispetto al luogo in cui si trovano. Perché ci sono, sono tantissimi gli alunni così, con questo atteggiamento di semi-dormienti. A questo nel romanzo si affianca una riflessione sull’inadeguatezza dei personaggi di fronte alla scuola e alla vita. Questa vita di provincia che in qualche modo contagia anche la scuola.

 

 Quindi è l’aria della provincia a suscitare il torpore generale in aula o è piuttosto la scuola a suscitare l’aria della provincia?

Capita di leggere sui giornali o vedere in televisione dei servizi sulle scuole modello, soprattutto in quartieri molto difficili di provincia, che sono presentate come baluardo di salvezza della loro comunità. Io non conosco quelle realtà, e non posso dire se siano vere o no. Nel mio romanzo, tra il dato realistico e la dimensione letteraria, la scuola, il quartiere e la provincia sono tutt’uno: la scuola non è un’oasi di differenza, di alternativa, di alterità in contrasto con l’ambiente circostante. L’ambiente circostante è soporifero e questo gas soporifero entra dalle finestre che noi in classe lasciamo sempre spalancate. D’altronde, è molto più semplice imitare l’esterno che essere parte attiva e diventare qualcosa di alternativo.

 

Qual è allora il ruolo della scuola?

Nell’immaginario comune la scuola dovrebbe essere una specie di frangiflutti per proteggersi da ciò che sta all’esterno. La verità è che le nostre scuole oggi sono sovraccaricate di responsabilità. Altri enti formativi, come la famiglia, attraversano un forte periodo di crisi e la scuola si fa carico anche dei loro oneri. Spesso per i ragazzi diventiamo davvero un’ancora di salvezza. Finché la scuola riesce a sopportare questo carico è un bene, ma non è detto che ce la faccia.

 

Potremmo dire che ce la farà finché ci sarà la sentita vocazione di tanti docenti? Forse uno dei pochi elementi che ancora sorregge il sistema.

Tre le tante cose assenti nel mio personaggio c’è la vocazione all’insegnamento. Anzi potremmo dire che la vocazione è uno dei protagonisti della storia, ma è assente. A differenza di tanti giovani insegnanti che vedo si impegnano con enorme passione, il narratore è un po’ spinto dalle cose: gli arriva la convocazione come supplente e lui semplicemente si lascia trascinare dagli eventi. Almeno all’inizio del libro.

 

E lei sente di averla, la vocazione all’insegnamento?

Non so se ho una vera e propria passione per l’insegnamento. So che ho una grande passione per le materie che insegno – italiano, storia, geografia. Fin da quando ho iniziato la mia carriera di lettore, ho sempre avuto questa inclinazione a suggerire letture, a dire che la lettura può essere un piacere. Ed è questo per me il punto delle mie materie: restituire, a chi non lo conosce, il piacere di scoprire. Sono convinto che l’insegnamento abbia a che fare con la generosità, che sia una forma di generosità, l’istinto a condividere con gli altri ciò che più ci entusiasma.

 

Come ha vissuto la didattica a distanza? È stata un’esperienza positiva o negativa?

La didattica a distanza è stata molto, molto pesante. Il nostro lavoro si è triplicato, ma dai ragazzi abbiamo ottenuto un terzo. Gran parte di loro ha appreso meno di quello che avrebbe appresso in classe; molti altri si sono dispersi totalmente. Questo è stato uno degli effetti di quanto dicevamo prima. Quando la famiglia manca o è in difficoltà, con più facilità i ragazzi si sono persi o dispersi. Tra l’altro, vivevamo un clima terribile. Non so se eravamo noi a sentire la mancanza dei ragazzi o i ragazzi la nostra. Avvertivamo da parte loro la necessità di vicinanza. È stata un’esperienza negativa ma inevitabile: meglio fare tre mesi così che non fare niente. Ecco perché io non la chiamerei didattica “a distanza”, ma didattica “dell’emergenza”.

 

Ed è impensabile vivere in una continua situazione d’emergenza…

Chi vagheggiava di una didattica che potesse essere fatta in assenza, ha avuto la prova che la tecnologia può essere un supporto, non può però sostituire completamente la fisicità dei corpi e degli spazi.

 

Avete avuto delle difficoltà tecniche: computer che mancavano, assenza di connessione a internet?

All’inizio c’è stato chi ha avuto difficoltà: magari a casa non avevano il computer o una buona connessione. Allora la scuola s’è attrezzata per fornire i computer e la connessione: siamo arrivati ad un punto in cui tutti i ragazzi avevano la possibilità di connettersi e lavorare. Immagini, però, la difficoltà dei bambini della prima elementare che dovrebbero imparare a leggere e a scrivere, o consolidare e perfezionare l’esperienza di scrittura e lettura. Ribadisco ancora una volta: un conto è avere a casa genitori attenti, un conto è non averli. La didattica a distanza ha rimarcato, ha approfondito, la distanza che c’era tra chi ha la possibilità di essere seguito e chi non ce l’ha. Non è più soltanto una questione di strumenti, perché siamo andati incontro a tutti. Il problema che si rivela è la presenza o meno della famiglia.

 

Qual è il suo stato d’animo a pochi giorni dal rientro?

Da una parte sono felice perché torno in classe con gli alunni, dall’altra sono preoccupato perché abbiamo tre mesi di una sorta di deficit di apprendimento, e specialmente perché adesso i nostri ragazzi si ritroveranno a vivere in una situazione inedita, con tantissime nuove regole, nuovi protocolli da rispettare. Protocolli e regole che fuori non sono abituati a rispettare. Il mondo di fuori, in questi mesi, non ha dato un buon esempio. Ecco, penso che dovremmo innanzitutto affrontare questa crepa tra dentro e fuori.

 

Immagine: Ragazzo con lo zaino davanti a un edificio scolastico. Crediti: LeManna / Shutterstock.com

 


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