23 agosto 2020

Le ragioni di un tramonto

 

Ogni giorno mi sembra di assistere a uno strano sortilegio. A Marsala, all’ora del tramonto, chiunque passi per Capo Boeo, che sia estate o inverno, che lo voglia o no, si ferma a guardare il mare. Chi stava guidando accosta la macchina appena può, e scende; chi era in bici o passeggiava sul litorale, si arresta e sposta subito lo sguardo verso i profili trasparenti delle isole Egadi – Favignana, Marettimo, Levanzo. Istintivamente tutti tirano fuori il cellulare e provano a fotografare la sfera rossastra che si inabissa davanti ai loro occhi, ma restano sempre delusi dall’esito delle foto. Mancano i colori che in quel momento stanno osservando, mancano le sfumature della luce sulle isole: si vede solo un piccolo cerchio su uno sfondo scuro. Però a loro non importa, ci riproveranno, domani, dopodomani.

Raccontato così, potrebbe apparire l’ennesimo incantamento da social network, la moda di tappezzare Instagram con immagini di dolci crepuscoli; in verità le ragioni che condizionano quel fermarsi, osservare e fotografare un tramonto sono molto più complesse e molto più antiche di quanto potremmo immaginare. Basterebbe ricordare che persino il filosofo Porfirio, quando Marsala si chiamava ancora Lilibeo, ogni giorno, alla stessa ora, che fosse estate o inverno, fermo sullo quello stesso punto di osservazione, si attardava a contemplare il mare e il sole che vi sprofondava dentro. Originario di Tiro, si era spinto fino all’estrema punta della Sicilia occidentale per trovare una cura risolutiva alla depressione che lo affliggeva da anni e più volte lo aveva portato a considerare il suicidio. La sua lunga permanenza siciliana non solo lo liberò dalla voglia di morire, ma gli diede anche l’occasione di scrivere alcune delle sue opere più importanti, tra cui il De abstinentia, il rivoluzionario trattato sull’etica vegetariana e la cultura della non violenza. Il miglior inno alla vita che Porfirio potesse tributare alla terra che lo aveva accolto.

E pensare che quella stessa terra era stata anticamente maledetta da Enea con l’epiteto di “inlaetabilis”, ‘incapace di dare gioia’. Virgilio, infatti, racconta nel terzo libro dell’Eneide che sulle sponde del litorale trapanese l’eroe troiano perdette il padre Anchise, e preso da profondo sconforto, guardando l’orizzonte innanzi a sé, riuscì soltanto a dire: «E questo fu l’ultimo strazio, del lungo andare la fine./ Partito di là, sulle vostre spiagge un dio m’ha gettato» (trad. R. C. Onesti). A volte rifletto sulla possibilità che tutti i tramonti che sono seguiti alla morte di Anchise abbiano cercato di scongiurare quella maledizione, di riscattare questo frastagliato lembo costiero dalle parole di Enea che ci condannano all’infelicità. Non serve soffermarsi molto per capire che sovente i tramonti non sono riusciti nei loro intenti.

Forse è il motivo per cui tutti i popoli che hanno provato a insediarsi su questa sottile appendice tra due continenti - da una parte l’Africa, dall’altra l’Europa - hanno poi conosciuto presto il loro epilogo. Fenici, Romani, Arabi, Francesi, Spagnoli, Borboni, tutti loro dovevano sicuramente avvertire di avere già le ore contate qui, su questa sottile appendice, che in realtà, per la storia che si porta dietro, è anch’essa un vero e proprio continente. «Il sesto continente, piccolo e clandestino», direbbe un poeta. Un continente che ha la forma di un confine e si alimenta unicamente dei suoi tramonti.

È inutile attribuire le colpe della scarsa qualità delle foto dei tramonti al modello di smartphone o alla propria incompetenza fotografica. La verità è un’altra. Quando da questo litorale ci apprestiamo a scattare una foto è come se provassimo a fotografare un fantasma, una presenza rassicurante o perturbante, che si staglia nitidamente davanti a noi e con cui pensiamo di riuscire a parlare la stessa lingua. È come se provassimo a replicare lo sguardo di Enea, di Porfirio, di un fenicio, di un romano, di un arabo, di un francese, di uno spagnolo, di un borbone, a immedesimarci in un sentimento del tempo comune, a intercettare una comune aspirazione.

E quell’aspirazione ce l’abbiamo davanti, che scolorendo lentamente si nasconde dietro le sagome azzurre di Favignana, Marettimo e Levanzo, e ci trasmette la sensazione di una fine inesorabile. E solo dopo qualche secondo, scongiurate tutte le maledizioni, la certezza di un’infallibile rinascita. Ecco perché non importa se la foto riesce o no, l’importante è che non si esaurisca in noi il desiderio di replicare quegli sguardi che osservano al di là della costa.

 

Immagine: Tramonto sul mare di Sicilia, vicino Marsala. Crediti: DSira / Shutterstock.com

 


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