13 ottobre 2016

Marmi, mosaici e affreschi: l’archeologia a Somma Vesuviana

Chissà se questa, alle pendici del monte Somma, è la villa in cui il 19 agosto del 14 d.C. il primo imperatore romano, Gaio Giulio Cesare Ottaviano, insignito Augusto, spirò.

Tacito e Svetonio, vissuti all’inizio del I secolo d.C., narrano che l'imperatore, durante un viaggio in Campania, colto da malore, fu accompagnato in una villa “apud Nolam” (presso Nola), dove morì.

Ottaviano Augusto non fu solo il primo imperatore romano, ma soprattutto quello dell’età aurea. Come narra Svetonio nelle Vite dei Cesari, è di Augusto la frase: “Ho trovato una città di mattoni, ve la restituisco di marmo”. Granitica fu anche la sua amicizia con Mecenate, protettore dei poeti e degli intellettuali, nel cui circolo si potevano incontrare personaggi come Orazio e Virgilio.

Ma, tornando all’imperatore, egli viene ricordato come l’uomo che riuscì ad assicurare la pace: la “Pax Romana”, suggellata con l’Ara Pacis. Seppe altresì essere l’ago della bilancia tra il popolo e il senato. Quando a 75 anni sentì che le forze lo stavano abbandonando, in punto di morte - ricordando chi fosse -, chiese agli uomini giunti al suo capezzale di applaudirlo.

Se i suoi occhi stanchi puntarono la cima del Vesuvio e se la sua ombra si impresse per ultima su queste mura non lo sappiamo ancora, ma i primi a crederci furono proprio i sommesi. Infatti, quando nel 1930, in aperta campagna, nella città di Somma Vesuviana in provincia di Napoli, alcuni contadini notarono un’antica parete muraria sporgente dal terreno, subito allertarono l’intera comunità sommese, che mossa dalla curiosità e dal senso di appartenenza territoriale si mise all’opera per dissotterrare l’intera costruzione, fino ad allora completamente nascosta da detriti di numerose eruzioni vesuviane.

Purtroppo la mancanza di fondi sospese i lavori di scavo e di estrazione, benché fu ripetutamente sollecitato anche il duce Mussolini.

I lavori ripresero nel 2002, quando con la stipula di una concessione tra il ministero dei Beni Culturali italiano e l'università di Tokyo si istituì un’équipe di archeologi che instancabilmente ancora oggi lavora sul confine della storia che è madre della verità e sorella della conoscenza.

Scendendo nell’enorme cratere si può raggiungere l’ingresso della villa, il peristilio, ovvero un grande cortile cinto da colonne di marmo nero pregiato, due pareti con nicchie e un’arcata sorretta da pilastri a lato della quale si scorge un’esedra sormontata da una semi-cupola ricoperta di stucchi colorati raffiguranti scene della vita del dio Dioniso. In una delle nicchie è stata rinvenuta una statua di donna con veste greca, mentre in un’altra la statua di Dioniso con cucciolo di pantera, entrambe conservate al museo di Nola.

Dallo scavo è stato riportato alla luce parzialmente intatto il pavimento di un’altra stanza, decorato da un mosaico di delfini che saltano fra le onde. Proprio per il copioso rinvenimento di marmi, nicchie, mosaici e pittura murale secondo alcuni studiosi si tratterebbe di un tempio dedicato a Dioniso, dio del vino e della perdizione. È tuttavia accertato che, negli anni, la villa è stata utilizzata come azienda agricola per la produzione del vino: ne sono l’esplicita conferma il ritrovamento di numerosi silos in ceramica per contenere il mosto, e ciò presumibilmente fino al 472 d.C., anno in cui il Vesuvio la seppellì definitivamente. Paradossalmente nelle stesse campagne, secoli dopo, nel 1500 circa, per una promessa d’amore il re Alfonso d’Aragona donò l’intero territorio di Somma Vesuviana, dopo averlo arricchito di piantagioni d’uva “catalanesca”, alla giovanissima Lucrezia d'Alagno come pegno d’amore. Chissà che quei luoghi non siano stati fertilizzanti divini...

Molti indizi fanno supporre che la costruzione sia ancora per la maggior parte sotterrata. Riportare in superficie l’intera villa non è una missione facile: il Vesuvio ha sommerso l’edificio sotto circa 10 metri di detriti, e a ciò vi si aggiunge la grandezza dell’opera architettonica, che proprio per tale ragione essere stata la casa di un imperatore o quanto meno a un membro del patriziato.

Oggi questi luoghi tornano alla vita narrandoci storie di orgoglio e di speranza. È la voce di una cultura e di un patrimonio comune su cui si innesta la nostra conoscenza. Storia e leggenda battono come martelli sull’incudine dell’anima, ma la continua ricerca è l’unica verità capace di migliorare il nostro modo di vivere, perché non ci sarà progresso per l’Italia senza una presa di coscienza di cos’è l’Italia.

 


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