23 maggio 2018

Matera, una storia di rinascita

Matera, insignita Capitale europea della cultura nel 2019, è già da qualche anno meta turistica tra le più ambite del Sud Italia. Ospita infatti, ogni giorno, nella Civita – l’arcaico nucleo urbano, tra il Sasso Caveoso e il Sasso Barisano – turisti da tutto il mondo, che incuriositi scattano foto e percorrono quel dedalo di strade, di scale e di case, degne di un labirinto escheriano, e proprio come per quei “paesaggi impossibili” diventa difficile orientarsi, giacché i tetti delle case sono pavimenti delle abitazioni sottostanti, sotto le piazze si nascondono cisterne d’acqua e le scale si mimetizzano nell’indefinito panorama monocromatico che ha il colore del concio di tufo dei Sassi.

Tutto ciò rende praticamente impossibile raggiungere i luoghi dove l’occhio si posa. La città appare schiva e inafferrabile. La gravità in quei luoghi è una forza centrifuga che agisce spingendo il visitatore ai margini. Scendendo verso il fondo dell’altopiano, la Civita ci sembra irraggiungibile e, come l’orizzonte, ad ogni passo si allontana, così finiamo per uscirne senza accorgercene mentre lei è rimasta dietro, alle nostre spalle.

Le caratteristiche paesaggistiche e orografiche del territorio hanno prodotto nel tempo un’urbanistica della necessità, con la Civita che somiglia ad una piramide circondata dal burrone della Gravina.

Benché quel territorio sia custode di tracce di epoca paleolitica, la storia dei Sassi è recente, anzi recentissima, e quell’apparente disorientamento che si percepisce tra i ruderi non è altro che l’effetto naturale dell’assenza di popolazione. Infatti, nel 1952, venne promulgata una legge speciale che dichiarò i Sassi inabitabili e impose a tutte le famiglie lo sgombero. Alcuni anni prima, ovvero nel 1945, la casa editrice Einaudi aveva pubblicato il testo di Carlo Levi Cristo si è fermato a Eboli, laddove lo scrittore torinese, con disinteressata chiarezza, raccontava la miseria, l’assenza di tempo storico e di memoria a cui tutto il territorio lucano era condannato.

Cristo, che per i cristiani è l’evento da cui si inizia a contare il tempo e il suo trascorrere, nonché il principio della civiltà cristiana, per i Lucani non è mai giunto, fermatosi alcuni chilometri più su dello stivale con la civiltà, isolando la comunità lucana in un mondo animale tra leggi della natura e riti tribali.

Carlo Levi, medico, pittore, scrittore e politico antifascista, fu condannato nel 1935 al confino politico in Lucania. Fu bandito dalla società civile a cui apparteneva e obbligato al domicilio coatto in un territorio remoto, palesemente sottosviluppato, dove il confinato avrebbe avuto scarse possibilità di solidarizzare con alte persone per una propaganda ostile al regime.

Ebbene, in quei luoghi malarici e desolati, dimenticati dallo Stato e da Dio, Levi osservò e dipinse quadri di paesaggi arcaici, interrogò i cittadini e descrisse la condizione di inferiorità esistenziale, si innamorò e raccontò la storia di una straordinaria civiltà contadina.

In righe d’ineguagliabile finezza seppe parlare dei silenzi e dei sentimenti di quelle persone, dei loro sguardi sempre sommessi, dei loro visi riarsi, delle loro mani tozze e dei piedi sempre nudi, degli abiti scuri e lordi, dei loro riti magici sempre taciuti e così disperati.  

L’autore rintraccerà la miseria nei colori del cielo rosa, verde e viola che nel testo definì gli incantevoli colori delle terre malariche; racconterà la desolazione con il canto del gallo: «I galli cantavano, con quel loro canto del pomeriggio che non ha la gloriosa petulanza del saluto mattinale, ma la tristezza senza fondo delle campagne desolate».

Per le sue parole così cariche di sentimento, antropologi, sociologi e scrittori – come anche Pasolini – visitarono quelle terre della Lucania e da «Inferno Dantesco», come fu raccontata nel testo di Levi, Matera divenne dapprima «infamia nazionale» per il leader del Partito comunista italiano Palmiro Togliatti, che la visitò nel 1948. Poi, nel 1950, quando il primo ministro Alcide De Gasperi volle vedere con i propri occhi quella situazione, si trovò di fronte una popolazione di circa ventimila persone che viveva in case scavate nel tufo, senza acqua corrente né sistema fognario, senza finestre e con un tasso di mortalità infantile di un bambino su due, allora parlò di «vergogna nazionale» e immediatamente si attivò per far approvare la legge speciale n. 619 del maggio 1952 che ne previde lo sgombero e l’assegnazione di nuove costruzioni agli sfollati. In tempi record l’impegno politico riuscì a cambiare quella situazione di disagio, restituendo la vita a circa ventimila italiani.

Oggi, una popolazione che vive nei Sassi non c’è più, ma di notte affacciandosi dall’alto di piazza Vittorio Veneto e possibile scorgere, nel buio che appiattisce le distanze, la luna sulla Civita, la stessa luna mai guardata dai contadini perché lontana, come Dio, lo Stato e la speranza. Solo l’acqua piovana, come la vecchia civiltà contadina, continua l’attività di scavo in quei conci di tufo, che come spugne assorbono il tempo.

Dal 1986 è iniziata l’opera di recupero dei Sassi, riconosciuti patrimonio mondiale nel 1993 dalla Commissione UNESCO, che li ha inseriti con le Chiese rupestri di Matera nella lista dei suoi beni.

Nel 2019 si celebrerà Matera Capitale europea della cultura. È auspicabile per quest’evento un accurato processo di ricognizione per rintracciare, nel corso del tempo, le testimonianze e i segni di una globale identità millenaria, come complessivo patrimonio immateriale della Lucania. Ciò sarà possibile anche attraverso un dibattito che riesca a rintracciare quella necessaria tensione tra intellettuale, territorio e istituzioni, senza però mai tralasciare la possibilità di raccontare.

Il racconto è necessario per creare una comunità su forti legami identitari, a testimoniare ciò che l’immobilismo della povertà ha protetto nascondendo e che la ricchezza del progresso potrebbe distruggere ostentando.


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