31 agosto 2020

Matta: il giorno è un attentato

Era, Roberto Sebastian Matta, un architetto, un pittore, uno scultore, un designer, un poeta? Probabilmente tutto questo e molto di più. Non era solo un creatore di opere, parole e linguaggio, era un genio: colto, istruito, seducente, di un’intelligenza superiore, come dimostrano i suoi scritti che un giorno dovrebbero essere raccolti, studiati e pubblicati. Per tutta la vita si è presentato come architetto, anche se la sua fama è nata dalla pittura. Si recò in Europa nel 1935, poco dopo la laurea presso la tradizionalista Università Cattolica di Santiago; proveniva da una famiglia benestante, ma aveva una profonda coscienza sociale a causa delle condizioni di povertà che aveva visto in Cile. Voleva sviluppare l’edilizia popolare e così visitò l’Unione Sovietica nel 1936, come racconta nelle lettere a uno dei suoi migliori amici dell’epoca, l’architetto Luis Mitrovic[1].

 

Arrivò prima a Madrid, desideroso di conoscere, imparare, viaggiare, amare, scoprire. Fece amicizia con Federico García Lorca. In Portogallo incontrò Gabriela Mistral, premio Nobel per la Letteratura, che era console del Cile a Lisbona. Ottenne un contratto di lavoro e si recò in Etiopia, per insegnare l’uso del fucile ai soldati dell’impero abissino, il che gli permise di conoscere l’irrazionalità della guerra[2] e di impregnarsi d’Africa, un continente per il quale ebbe una grande passione per tutta la vita. Poco prima dello scoppio della guerra civile spagnola, lasciò Madrid per Parigi con pochi soldi, una lettera a Salvador Dalí consegnatagli da García Lorca e l’incarico di visitare Pablo Picasso, che stava lavorando alla Guernica[3].

 

Riuscì a inserirsi con straordinaria rapidità nell’avanguardia degli anni Trenta, pur provenendo da un Paese sperduto alla fine del mondo chiamato Cile, e ad essere identificato come surrealista, anche se nemmeno conosceva il significato della parola, come ha confessato lui stesso. La storia è ben nota. Il movimento creato da André Breton nel 1924 riuniva l’élite artistica e intellettuale francese e straniera presente in quella città, ancora inorridita dalle conseguenze della Prima guerra mondiale. Matta iniziò un’amicizia con Dalí, al quale si presentò come architetto, ma ne approfittò anche per mostrargli alcuni disegni.

Dalí lo indirizzò da André Breton, che aveva una piccola galleria, Gradiva, in rue du Seine: «Neanche sapevo che esistesse il surrealismo e mi dicevano: sei un surrealista!». Breton acquistò un paio di sue opere e lo mise in contatto con lo studio di architettura di Le Corbusier, che lo invitò a lavorare con lui. Matta iniziò così a dipingere ed entrò nel mondo culturale parigino, con rapporti amichevoli e conflittuali con alcuni dei suoi membri. Partendo con Breton, che nel 1948 lo espellerà dal movimento con l’accusa di responsabilità nel suicidio di Arshile Gorky, perché sua moglie, Maguche, avrebbe avuto una relazione con Matta. Quando cercarono di reintegrarlo, si rifiutò di rientrarvi, anche se alcune biografie sostengono che l’abbia fatto. Aveva già iniziato a volare artisticamente come pittore. La sua vasta cultura e la profonda amicizia che sviluppò con Marcel Duchamp gli aprirono nuove strade, e la sua opera fu riconosciuta in modo tale che quest’ultimo notò che, tra tutti i pittori della sua generazione, Matta era «il più profondo»[4]

 

Grazie alla sua educazione formale in Cile, alle sue origini e alla sua attitudine personale, Matta era estremamente colto. Arrivò in Europa parlando correntemente il francese e l’inglese, oltre allo spagnolo e poi apprese l’italiano, avendo trascorso nel Paese gran parte della sua vita. Tutto questo gli sarà molto utile quando, nell’aprile del 1941, si imbarcherà per New York da Marsiglia, insieme agli amici Max Ernst, André Breton, Man-Ray e Yves Tanguy.

 

La sua poesia Il giorno è un attentato è stata scritta in francese nel 1942 ‒ e Matta ne ha tratto ispirazione anche per un dipinto che fa oggi parte della collezione del Museo de Bellas Artes de Chile ‒, dopo aver lasciato un’Europa in guerra e una Francia occupata dai nazisti. È una profonda riflessione sulla vita in un’epoca in cui chi camminava per strada o stava a casa rischiava di essere vittima di un bombardamento, di una sparatoria o di un arresto da parte della Gestapo. Rileggendola nel 2020, l’ho associata alla peste che colpisce il pianeta oggi e che ci ha fatto fuggire, spaventati, nascondendoci nelle nostre case. Matta dice in un passaggio della sua poesia:

Se si vuole misurare il tempo, la vera misura è il giorno, non il giorno di ventiquattro ore, ma il giorno come attentato, come minaccia, come rischio.

 

E, naturalmente, ha ragione. In tempi normali, ogni giorno c’è il pericolo di morte, non sappiamo cosa ci succederà. In tempo di guerra ancora di più. Oggi, inoltre, si aggiunge la pandemia, per cui siamo esposti a un nemico invisibile: un virus, il Covid-19.

 

Matta rimase negli Stati Uniti dove sviluppò rapporti amichevoli con artisti come Gorky, Rothko, Motherwell, Pollock e molti altri che si incontravano settimanalmente nel suo studio o presso la galleria Peggy Guggenheim. Sono conosciuti come la scuola dell’“espressionismo astratto” e sono stati fortemente influenzati da questo artista cileno, che ha suggerito loro di «visualizzare il tempo»[5]. Non ha mai dato molta importanza a questa linea di pittura, né vi ha mai trovato grande valore, né, più avanti, al lavoro di Warhol, la cui opera considerava «niente, solo un’intelligente pubblicità»[6].  Matta tornò in Europa e dagli anni Cinquanta in poi si stabilì principalmente in Italia, Paese che considerava suo, prima a Roma e poi a Tarquinia, città etrusca, dove ha sviluppato amicizie che lo ricordano con ammirazione e affetto. È morto nel 2002, venendo sepolto come un etrusco, nel sottosuolo del suo studio, dove oggi riposa accanto a Germana, che è stata la sua ultima moglie per più di 30 anni. C’è molto, ma davvero molto, da conoscere, imparare e decifrare dai messaggi dell’opera pittorica e dagli scritti di questo genio del XX secolo, che è stato fortemente influenzato dal pensiero di Freud, di Einstein e dalle scoperte scientifiche del Novecento che lo hanno affascinato. Si immerge nell’inconscio in una ricerca permanente per tuffarsi nelle profondità del pensiero umano e catturarlo sulle sue grandi tele.

 

[1] Lettere di Roberto Matta a Luis Mitrovic, Editoriale Eco, Santiago, 2003

[2] Ibid.

[3] Servadio, Gaia. Incontri. Abramo editori. Milano, 1993, p. 142

[4] Martica Sawin, Matta. Centenario 11.11.11. (Catalogo), Centro Cultural Palacio de La Moneda, Santiago, 2011, p. 169

[5] Ibid.

[6] Servadio, ibid, p. 147

 

Immagine: Three Figures, di Roberto Matta (1958 circa).  Crediti: M.T. Abraham Center [CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0)], attraverso commons.wikimedia.org

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